domenica 17 settembre 2023

SU CARLO BRUNETTI, TRASCURATO PITTORE SICILIANO DEL XVIII SECOLO

 Sergio Alcamo


In queste pagine si tratterà di un ulteriore artista poco indagato dalla letteratura specialistica che molto probabilmente fu siciliano e sicuramente attivo ad Alcamo (e forse anche a Trapani) nella seconda metà del Settecento.

Mi riferisco a tal Carlo Brunetti, che risulta citato per la prima volta in un documento conservato nell’Archivio parrocchiale della chiesa alcamese dei SS. Paolo e Bartolomeo1: nel Libro III dei Conti al foglio 64 si legge «A 7 Gennaio 1761: onze 7 e tt. 25 pagati a Carlo Brunetti Pittore, cioè onze 4,15 per avere fatto diversi quadri nel fonte battesimale a mandato ed apoca in detto Notaio Stefano De Blasi»2.

Purtroppo dell’artefice non viene specificato il patronimico né il luogo di provenienza.

Possiamo tuttavia ipotizzarne origini siciliane e più precisamente palermitane stando a quanto riferito dal Canonico trapanese Fortunato Mondello, che menziona un ‘Brunetti’ nel suo manoscritto del 1900 come collaboratore di Domenico La Bruna (Trapani, 1699-1763) ai dieci quadri con la Passione eseguiti per l’Oratorio della Ficarella a Trapani: «Nell’elegante Oratorio della Ficarella si osservano dieci quadri della Passione, lavorati col Brunetti, palermitano, pittore di buon gusto»3.

L’Oratorio della Ficarella, o meglio, Oratorio della Mortificazione del Crocifisso, è situato in via Orfani, all’angolo sud-orientale della Chiesa di San Domenico. È una cappella che era frequentata dagli appartenenti all’omonima confraternita che si sottoponevano alla mortificazione del corpo. Realizzato tra il 1715 e il 1730 (o 1730-1732 ca.) su progetto dell’architetto trapanese Giovanni Biagio Amico (1684-1754)4, tale ambiente è preceduto da un vestibolo e ha una copertura con volta a botte ribassata ornata da dipinti e stucchi, mentre le pareti sono rivestite da decorazioni lignee con colonne e lesene, festoni, fiori, frutti e conchiglie. Ad arricchire il tutto delle tele raffiguranti episodi della Passione di Cristo, alcune delle quali sono state rubate in passato.

Purtroppo non ho potuto studiare personalmente i dipinti superstiti per appurare eventuali differenze di stile che potessero suggerire la mano di tal 'Brunetti'.

È pur vero che Mondello cita l’artista solo col cognome, mentre in un altro manoscritto precedente datato 1812, quello di un altro trapanese, padre Benigno da Santa Caterina, se ne specifica anche il nome che però è ‘Vincenzo Brunetti’5.

Si tratta solo di una svista? Padre Benigno peraltro fa riferimento al pittore a proposito dell’Oratorio del Belvedere sito all’interno del convento agostiniano di S. Maria dell’Itria e non di quello domenicano succitato della Ficarella: «63 - Quarto: Nel primo piano di detto Convento [dell’Itria, n.d.a.] si vede un altro devotissimo Oratorio, dedicato alla Vergine Santissima sotto titolo di Belvedere; va detto Oratorio tutto abbigliato di varij Quadri rappresentanti la Storia di Maria Santissima e sono, cioè: la Concezione, la Nascita, l’imposizione del nome di Maria, la presentazione al tempio, l’Annunciazione, la Visitazione di Maria a Sant’Elisabetta, la nascita del Bambino Gesù, la Purificazione di Maria Santissima, la fuga in Egitto, la Morte di Maria Santissima. E finalmente nel tetto un Quadrone coll’Assunzione di Maria Santissima opera tutti del celebre Sacerdote Domenico La Bruna, e stante la di lui Morte terminati dal Pittore Palermitano Don Vincenzo Brunetti. In questo Oratorio vi si conserva il Perpetuo, per commodità dei Religiosi»6.

A meno che l’errore non stia invece nel manoscritto del citato Mondello. In tal caso saremmo di fronte a due distinte personalità artistiche.

A complicare ancor di più la questione è l’esistenza di un ulteriore pittore col medesimo cognome ma dal nome differente: tal Giovan Battista Brunetti, registrato da Giuseppe Maria Di Ferro nella sua Guida per gli stranieri in Trapani del 18257. Anche Luigi Sarullo nel suo Dizionario degli artisti siciliani indica quest’ultimo come trapanese (forse sulla scorta del Di Ferro) e vissuto come Carlo, al quale pure egli dedica una breve voce, nel XVIII secolo8.

Ad ogni modo, se le opere dell’Oratorio del Belvedere furono terminate alla morte del La Bruna (avvenuta a Trapani il 19 giugno 1763) è evidente che l’intervento del Brunetti (Vincenzo o, più probabilmente, Carlo!), è da datare attorno a questo anno e, dunque, successivi di poco ai lavori eseguiti ad Alcamo. 

Per contro la decorazione dell’ambiente dell’altro oratorio, quello della Ficarella, questa potrebbe essere antecedente a tali lavori e quindi si potrebbe prospettare l’apprendistato del Brunetti presso il La Bruna attorno agli anni trenta del Settecento.

Ricordiamo peraltro che il La Bruna lasciò diverse opere in Alcamo e in particolare dipinse il ciclo di affreschi nell'oratorio del Santissimo Crocifisso all'interno del complesso gesuitico (1738).

Per tornare all’intervento pittorico certo di Carlo Brunetti nella chiesa dei SS. Paolo e Bartolomeo nella cittadina alcamese esso consiste nella decorazione ad affresco della piccola cappella del battistero dove sulla volta sta «il simbolo del divino Paraclito che emana una splendida luce d’oro, tra un coro di angeli in mezzo a nuvole» (fig. 1), mentre la personificazione allegorica della Fede «che tiene in una mano la croce sostenuta da un Angelo e, nell’altra, un calice» (fig. 2) è nella parete interna a destra del fonte battesimale e nella parete opposta un altro affresco raffigura due angioletti.



 Fig. 1 - Carlo Brunetti, Lo Spirito Santo Paraclito, affresco, 1761, Alcamo, chiesa SS. Paolo e Bartolomeo, cappella del fonte battesimale (foto S. Alcamo).



 Fig. 2 - Carlo Brunetti, Allegoria della Fede, affresco, 1761, Alcamo, chiesa SS. Paolo e Bartolomeo, cappella del fonte battesimale (foto S. Alcamo).

Completa il tutto la tela9 dalla cornice mistilinea che decora la parete di fondo illustrante l’episodio del Battesimo di Cristo (fig. 3), purtroppo assai annerita e compromessa da evidenti e pesanti ridipinture successive. Anche gli affreschi laterali sono stati ‘restaurati’ dal pittore locale sacerdote Francesco Alesi nel 192710.



 Fig. 3 - Carlo Brunetti, Battesimo di Cristo, tela, 1761, Alcamo, chiesa SS. Paolo e Bartolomeo, cappella del fonte battesimale (foto S. Alcamo).


Modelli classicisti emiliani e romani sono riscontrabili in questo intervento decorativo. Il Battesimo ad esempio riprende con qualche variante il celebre prototipo di Francesco Trevisani (1656-1746) dipinto nel 1723 (ora a Leeds, West Yorkshire, Temple Newsam House, Leeds Museums and Galleries) e noto anche attraverso incisioni (fig. 4).



 Fig. 4 - Francesco Trevisani, Battesimo di Cristo, tela, 1723, Leeds, West Yorkshire, Temple Newsam House, Leeds Museums and Galleries, da https://www.meisterdrucke.it/stampe-d-arte/Francesco-Trevisani/903178/Il-battesimo-di-Cristo.html


Non è da escludere che il Brunetti conoscesse una copia o un disegno o addirittura un bozzetto originale di questa pittura: si dà il caso infatti che poco tempo prima il più celebre collega palermitano Vito D’Anna (Palermo, 1718-1769) si soffermava sullo stesso modello producendo alcune idee grafiche rintracciate recentemente da Maria Viveros al Department of Prints and Drawings del British Museum di Londra, per una propria composizione incentrata sul medesimo tema e destinata alla chiesa palermitana di S. Giovanni all’Origlione licenziata verso il 1756 (fig. 5)11.



 Fig. 5 - Vito D’Anna, Tre studi per un Battesimo di Cristo, disegno, 1756 ca., Londra, British Museum, Department of Prints and Drawings, da https://www.britishmuseum.org/collection/object/P_1946-0713-1259-a



Dal che si può dedurre che forse il Brunetti Carlo avesse davvero origini palermitane e che per qualche tempo frequentò la bottega del D’Anna. Quest’ultimo apportò notevoli varianti compositive; più simile al prototipo, invece, benché molto più semplificato e ridotto all’essenziale, la piccola tela del pittore attivo ad Alcamo.

Come ipotizzato da Calia, con molta probabilità è da ascrivere al nostro anche il Ritratto del parroco S.T. D. Antonio Alfano De Ferro (1758) conservato nella sagrestia della medesima chiesa dei SS. Paolo e Bartolomeo (figg. 6-6a)12

Nato a Palermo nel 1700, dopo qualche anno l'Alfano si trasferì con la famiglia ad Alcamo. Fu eletto parroco nel 1750 e rimase in carica fino al 1775. 

Date le sue origini palermitane potrebbe essere stato lui a favorire la venuta del pittore dalla capitale.

Che la tela che lo ritrae possa essere del Brunetti lo si deduce dal modo di trattare le pieghe dei panneggi rilevati attraverso un sapiente gioco chiaroscurale e che ricorda molto da vicino quello riscontrabile nella pala autografa con la Trasfigurazione della Badia Grande della stessa cittadina - e databile al 1759-1760 - di cui si tratterà a breve.

In ogni caso questa tela appare opera di buona fattura e lascia supporre che il nostro possedesse doti di abile ritrattista.



 Fig. 6 - Carlo Brunetti (attr.), Ritratto del parroco S.T.D Antonio Alfano De Ferro, tela, 1758 ca., Alcamo, chiesa SS. Paolo e Bartolomeo, anti-sagrestia (foto S. Alcamo).



 Fig. 6a - Carlo Brunetti (attr.), Ritratto del parroco S.T.D Antonio Alfano De Ferro (part.) (foto S. Alcamo).


Al 1759-1761 risalgono invece le tele ovali con i quindici Misteri del Rosario realizzati per la Compagnia del Rosario della chiesa eponima sempre in Alcamo13. Inseriti in un monumentale altare settecentesco in marmi e stucchi (il quarto del lato destro) (fig. 7), svolgono il tema sacro rifacendosi a modelli classici conosciuti certamente attraverso stampe di traduzione da celebri maestri (figg. 7a-7e). I quindici ovati sono in pessimo stato di conservazione e in gran parte ridipinti (quando non del tutto rifatti). La grandiosa macchina d’altare originariamente presentava al centro una tela sempre del nostro non più rintracciabile e dal soggetto ignoto. In epoca imprecisata è stato modificato con l’inserimento di un gruppo scultoreo settecentesco di autore napoletano in una struttura apparentemente neoclassica ma forse ottocentesca.


 Fig. 7 - Ignoto, altare della Madonna del Rosario, 1755 ca., Alcamo, chiesa di S. Domenico, da https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_del_Rosario_(Alcamo)#/media/File:Madonna_del_Rosario_con_Bambino._San_Domenico_e_Santa_Rosa.jpg

 
Fig. 7a - Carlo Brunetti, Annunciazione, tela, 1759-1761, Alcamo, chiesa di S. Domenico, altare della Madonna del Rosario, (foto S. Alcamo).


 Fig. 7b - Carlo Brunetti, Visitazione, tela, 1759-1761, Alcamo, chiesa di S. Domenico, altare della Madonna del Rosario, (foto S. Alcamo).




 Fig. 7c - Carlo Brunetti, Flagellazione, tela, 1759-1761, Alcamo, chiesa di S. Domenico, altare della Madonna del Rosario, (foto S. Alcamo).


 Fig. 7d - Carlo Brunetti, Orazione nell’ortotela, 1759-1761, Alcamo, chiesa di S. Domenico, altare della Madonna del Rosario, (foto S. Alcamo).

L’impresa maggiore dell’artista nella città di Alcamo consiste tuttavia nella decorazione ad affresco della volta e del catino absidale (fig. 8) della chiesa maggiore del già monastero benedettino del SS. Salvatore (Badia Grande) (1759-60), purtroppo in stato di conservazione non ottimale, oltre all’esecuzione della citata tela per l’altare maggiore della stessa con la Trasfigurazione (fig. 9), probabilmente eseguita nel medesimo torno di anni.

Nella volta dell’unica navata il pittore illustrò il Trionfo dell’ordine Benedettino alla presenza dei santi fondatori degli ordini monastici (fig. 8), nel quale in uno sfondato di cielo racchiuso entro una finta cornice mistilinea i personaggi raffigurati sono disposti seguendo un andamento a serpentina: procedendo dall’alto della composizione Dio padre adagiato su soffici nuvole e tra testine di angioletti si rivolge con gesto benedicente verso un personaggio non meglio identificato mentre con la mano destra, nella quale regge uno scettro, indica poco più in basso San Benedetto da Norcia, fondatore dell’ordine, seguito immediatamente da Santa Scolastica, e da altre due sante monache (forse Santa Teresa D’Avila e Rosa da Lima); ancora più giù, dalla parte opposta (a destra per chi guarda), è possibile riconoscere dall’alto San Carlo Borromeo, seguito da San Martino di Tours, San Tommaso D’Aquino, San Francesco Saverio; infine San Gregorio Magno mentre regge un libro in mano e accompagnato da un angelo che reca il pastorale. Chiudono la composizione in basso tre angioletti che reggono un cartiglio con la scritta “In gentem magnam. Gen. 12” (fig. 8a-8b). Il grande affresco centrale è accompagnato alle due estremità da due tondi affrescati a grisaille con un soggetto allegorico e motto e la Navicella di S. Pietro (fig. 8c-8d).



 Fig. 8 - Carlo Brunetti, Trionfo dell’ordine Benedettino alla presenza dei santi fondatori degli ordini monastici, affresco, 1759-1760, Alcamo, chiesa del SS. Salvatore (Badia Grande), volta (foto S. Alcamo).




 Fig. 8a-8b - Carlo Brunetti, Trionfo dell’ordine Benedettino alla presenza dei santi fondatori degli ordini monastici, affresco, 1759-1760, Alcamo, chiesa del SS. Salvatore (Badia Grande), volta (part.) (foto S. Alcamo).




 Fig. 8c-8d - Carlo Brunetti, Tondo con motto; Navicella di S. Pietro, affreschi, 1759-1760, Alcamo, chiesa del SS. Salvatore (Badia Grande), volta (foto S. Alcamo).



Il cupolino del catino absidale invece è caratterizzato da una pittura molto rovinata e lacunosa con motivi sacro-allegorici: il triangolo, emblema della Trinità, attorniato da angeli tra nuvole in uno sfondato di cielo dorato (fig. 8e).


 


Figg. 8e-8f - Carlo Brunetti, Soggetto ignoto; Agnello mistico, affreschi, Alcamo, chiesa del SS. Salvatore (Badia Grande), volta (foto S. Alcamo).




Il “collo” dell’abside è decorato invece dall’allegoria dell’Agnello mistico circondato anch’esso da angeli che reggono un cartiglio e angioletti che svolazzano tra nubi (fig. 8f).

Il tutto richiama da un lato le tipologie del fiammingo Guglielmo Borremans (Anversa, 1672-Palermo 1744), che qualche decennio prima (1735) aveva decorato interamente ad affresco la locale chiesa Madre, e tuttavia è ancora forte il ricordo della grande decorazione classicista romana del Conca e del Maratta. Nonostante ciò le figure mancano della giusta prospettiva e risultano sovrapposte le une alle altre in modo irrealistico, rivelando la poca dimestichezza del Brunetti con l'effetto illusionistico del 'sotto in su'. 

Decisamente meglio riuscita è invece la su richiamata pala d’altare con la Trasfigurazione (fig. 9) che tradisce un ricordo di una tela del celebre Giovanni Lanfranco (Parma, 1582-Roma 1647) eseguita per i Cappuccini di Randazzo nella prima metà del Seicento (fig. 10)14: Gesù, abbigliato di una candida veste, si libra in cielo, mentre ai suoi lati stanno Elia e Mosè; in basso gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo. Belli i forti contrasti chiaroscurali e aggraziate le figure dei personaggi dell'episodio evangelico.




 Fig. 9 - Carlo Brunetti, Trasfigurazione, tela, 1759-1760, Alcamo, chiesa del SS. Salvatore (Badia Grande) (foto S. Alcamo).

Fig. 10 - Giovanni Lanfranco, Trasfigurazione, tela, prima metà del XVI sec., Randazzo, convento dei Cappuccini, da https://www.arte.go.it/laffresco-di-una-sicilia-vivace-e-della-sua-cultura-figurativa-del-xvii-secolo/


La composizione mostra un qualche carattere solimenesco che potrebbe far pensare ad una non documentabile formazione campana e al tempo stesso collegare il Brunetti alla famiglia omonima di pittori molisani di cui Ciriaco (Oratino, 1723-1802) fu certo l’esponente maggiore e il più vicino ai modi del Solimena15. Il che per un verso potrebbe far ipotizzare un’origine molisana anche del nostro.

Il prototipo del Brunetti dovette avere un certo successo: ad esso infatti guardò certamente lo stuccatore palermitano Pietro Dell’Orto quando plasmò la Trasfigurazione della chiesa omonima di Erice (1794) facente anch’essa parte di un complesso monastico benedettino risalente all’inizio del XIV secolo (fig. 11). Forse studiò l’originale alcamese o un suo disegno preparatorio o cartone messo a disposizione dai benedettini alcamesi per i confratelli ericini.


  Fig. 11 - Pietro Dell’Orto, Trasfigurazione, stucco, 1794, Erice, chiesa della Trasfigurazione.


L’ultima testimonianza documentaria su Brunetti ad Alcamo lo vede impegnato nel medesimo edificio sacro a “restaurare” nel 1760 un dipinto attribuito di recente a Rosalia Novelli16.

A concludere le sue opere forse le citate decorazioni menzionate da Benigno da Santa Caterina e da Fortunato Mondello eseguite a Trapani o per l’Oratorio della Ficarella o per quello della Madonna del Belvedere, queste ultime databili al 1763 circa, ossia dopo la morte di Domenico La Bruna.

Confido che questo breve excursus su una delle tante meteore della scuola pittorica siciliana (palermitana o orbitante in centri che ricadono nell'odierna provincia di Trapani) invogli altri ad effettuare ulteriori ricerche al fine di poterne tracciare un profilo biografico basato su solidi documenti d'archivio e contribuisca a restituirci, oltre ad una fisionomia più concreta, altri suoi dipinti finora sconosciuti. 



1 Suggerisco di prestare grande attenzione al fatto che talvolta girando per siti web capita che il nome del nostro Carlo Brunetti venga associato erroneamente ad opere pittoriche del quasi omonimo Carlo Brunelli, artista napoletano anch’esso attivo nel XVIII secolo. Né deve essere accomunato al pittore di origini pavesi ma operante nel mantovano Antonio Brunetti (attivo tra il 1765 e il 1792), che per una svista nel testo di Pasquale Coddè, Memorie biografiche poste in forma di dizionario dei pittori, scultori, architetti e incisori mantovani, Mantova 1837, viene menzionato come 'Carlo Brunetti'. A proposito dell'incisore Filippo Ceva il Coddè infatti scrive che: «Brighenti Luigi fu suo discepolo, di cui la miglior opera è una tavola di S. Luigi Gonzaga, pittura di Carlo Brunetti» (ivi, p. 46); l'opera in questione è invece di Antonio Brunetti. Su questa e sull'artista pavese si veda P. Bertelli, Un ritrovato dipinto dalla chiesa delle Carmelitane scalze di Mantova: appunti su Antonio Brunetti pittore, in «Postumia», 17/2, 2006, pp. 186-209 (con bibliografia).

2 Il documento è stato individuato da Roberto Calia e pubblicato nel suo volume monografico La chiesa dei SS. Paolo e Bartolomeo di Alcamo, Alcamo, Sarograf, 1986, p. 67.

3 Fortunato Mondello, Sulle pitture in Trapani dal secolo XIII al secolo XIX e sui pittori trapanesi: profili storico-artistici, trascrizione e note a cura di M. Giacalone, premessa di V. Abbate, Trapani, Biblioteca Fardelliana, 2008, p. 76.

4 Sull’intervento dell’architetto trapanese in questo contesto si veda A. Mazzamuto, Giovanni Biagio Amico. Architetto e trattatista del Settecento, Flaccovio, Palermo 2003.

5 Padre Benigno da Santa Caterina, Trapani nello stato presente profana, e sacra, ms., 2 voll., 1810-1812, Trapani Sacra, 1812, Volume I, Parte II, Capo V, Delle Chiese e de’ Conventi di Trapani, Paragrafo 5, n. 63, pp. 242-243.

6 Ibidem.

7 G.M di Ferro, Guida per gli stranieri in Trapani, con un saggio storico, Trapani, Presso Mannone e Solina, 1825, p. 227.

8 Brunetti Giovan Battista, ad vocem, in L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani, II, Pittura, a cura di M.A. Spadaro, Palermo1993, p. 54. Su Brunetti Carlo, ad vocem, P. Palazzotto, ibidem. Il Sarullo, che affermava di ignorare le origini di Carlo, si limitava a citarne le opere alcamesi limitatamente agli affreschi della volta della Badia Grande e al quadro con la Trasfigurazione dell’altare maggiore del medesimo edificio.

9 Erroneamente Calia (La chiesa dei SS. Paolo e Bartolomeo di Alcamo, cit., p. 67) scrive “affresco” ma trattasi evidentemente di dipinto su tela.

10 «Gli affreschi laterali, rovinati dall’umidità, furono restaurati nel 1927 dal sacerdote alcamese Francesco Alesi», Ibidem.

11 M. Viveros, Aggiunte al corpus grafico di Vito D’Anna, in Per Citti Siracusano. Studi sulla pittura del Settecento in Sicilia, Magika, Messina 2012, pp. 121-122.

12 Calia, La chiesa dei SS. Paolo e Bartolomeo di Alcamo, cit., p 136. Forse il Brunetti fu autore anche di «quelli degli altri nove parroci predecessori, oggi distrutti», ibidem. Sul ritratto citato e oggetto di restauri recenti non ho al momento notizie sull’intervento conservativo.

13 C. Cataldo, La conchiglia di S. Giacomo, Alcamo, Campo, 2001, p. 107.

14 S. Lanuzza, Su un dipinto “siciliano” del Lanfranco, in Scritti di storia dell'arte in onore di Teresa Pugliatti, a cura di G. Bongiovanni, Roma, De Luca, 2007, p. 87-92.

15 V. Marino, Ciriaco Brunetti di Oratino. Pittore ‘alla moda’ del Settecento molisano, tra gusto rococò e ed evoluzione neoclassica, in «ArcheoMolise», pp. 32-43.

16 «Ritagliata, intorno al 1760, lungo il margine sinistro e la centina e "restaurata" nel registro inferiore dal pittore Carlo Brunetti [...]», E. Gorgone, Rosalia Novelli: precisazioni e nuove proposte, pp.107-110, in Scritti di storia dell'arte in onore di Teresa Pugliatti, 2007, cit., pp. 108, 110, nota 22.

martedì 1 agosto 2023

SUL POCO NOTO PITTORE SEI-SETTECENTESCO VINCENZO BLANDINI (ante 1690-post 1712)

 

Sergio Alcamo

Alla numerosa schiera degli artisti siciliani dimenticati o poco noti attivi nell’odierna provincia di Trapani appartiene il pittore e decoratore sei-settecentesco Vincenzo Blandini (o Blandina, Blandino), riportato all’attenzione una trentina di anni fa dal compianto storico dell’arte Benedetto Patera, che sulla scorta di un documento del 1712 per un dipinto commissionato a ‘Don Vincenzo Blandina’ per l’Oratorio dei Bianchi e Monte di Pietà di Partanna (Trapani), gli ha attribuito la pala con la Crocifissione oggi al Museo Pepoli di Trapani (fig. 1)1

Fig. 1 - Vincenzo Blandini, Crocifissione, Trapani, Museo Pepoli (già Monte di Pietà su pegno di Partanna) (da Sarullo 1993).


La tela era stata acquistata nel 1958 dallo stesso studioso in un asta per la liquidazione dei beni del Monte di Pietà su pegno di Partanna e poi donata nel 2005 al Museo trapanese2.

Una composizione molto simile, che si conserva nel Museo Diocesano di Palermo, è stata attribuita dal Patera sempre al 'Blandina', assieme ad un’altra Crocefissione con le tre Marie ancora del Museo Diocesano, oltre ad un affresco del castello Grifeo di Partanna raffigurante Il conte Ruggero salvato a Mazara dal nobile Giovanni Grifeo (fig. 2) e ad una tela con Il Battesimo di Ruggero (fig. 3) del Museo Diocesano di Mazara del Vallo del 1712, recentemente restaurata. Patera ipotizzava che l’artista fosse un religioso e che avesse origini mazaresi.


Fig. 2 - Vincenzo Blandini (attr.), Il conte Ruggero salvato a Mazara dal nobile Giovanni Grifeo, affresco, Partanna, Castello Grifeo.


Fig. 3 - Vincenzo Blandini, Il Battesimo di Ruggero, tela, 1712, Mazara del Vallo, Museo Diocesano (particolare). 


Anche nelle scarne note del Dizionario degli artisti siciliani di Luigi Sarullo l’artista è rubricato come ‘Blandina’ ed è indicato come attivo nella Sicilia occidentale3.

Più recentemente l’attuale Direttore del Museo Diocesano di Mazara del Vallo, Francesca Paola Massara, ne ha redatto la relativa voce per il Dizionario Enciclopedico dei Pensatori e dei Teologi di Sicilia4. La studiosa lo dice nato a Mazara del Vallo nel XVII secolo e ipotizzando, come il Patera, che il 'Blandini' potesse essere un religioso, elenca una serie di sue opere: a quelle già citate (le tre Crocifissioni del Pepoli e del Museo Diocesano di Palermo, l’affresco del Castello Grifeo e la tela col Battesimo di Ruggero) aggiunge due tele raffiguranti l’Incontro tra S. Antonio abate e Paolo Eremita e il Martirio di S. Erasmo (figg. 4-5), conservate nella chiesa-museo di S. Agostino. 

Fig. 4 - Vincenzo Blandini, Incontro tra S. Antonio abate e Paolo Eremita, 1690, dipinto su tela, Salemi, chiesa-museo di S. Agostino (© Chiesa Madre Salemi. Foto di Alessandro Palermo).


Fig. 5 - Vincenzo Blandini, Martirio di S. Erasmo, 1690, dipinto su tela, Salemi, chiesa-museo di S. Agostino (© Chiesa Madre Salemi. Foto di Alessandro Palermo).


Entrambe sono datate 1690 e firmate 'Vincenzo Blandini'5. Provengono ambedue dalla non più esistente chiesa di S. Stefano. Per affinità stilistica Massara propone di ricondurre alla mano del Blandini anche la Natività già nella medesima chiesa (fig. 6). 


Fig. 6 - Vincenzo Blandini (attr.), Natività, dipinto su tela, Salemi, chiesa-museo di S. Agostino (© Chiesa Madre Salemi. Foto di Alessandro Palermo).


Per la Massara i caratteri salienti della pittura del nostro sono «l’impostazione rigorosa, una grande capacità espressiva e una speciale sensibilità prospettica; le sue opere rivestono spesso anche valore storico e documentario, immortalando le vedute topografiche di luoghi e di città con la rappresentazione di monumenti e contesti architettonici oggi scomparsi o fortemente modificati»6.

In ogni caso anche la voce curata dalla studiosa non fa luce sulle date di nascita e di morte di questo artefice e il nome della sua città natale. Inoltre non dà rilievo alla sua presumibile attività di decoratore. Da altre fonti (che non mi è stato possibile verificare) si apprende, infatti, che il nome del pittore sarebbe legato alla prima decorazione ad affresco della chiesa Madre di Carini. «Un primo intervento pittorico fu quello dei primi anni del ‘700 di Vincenzo Blandina, artista poco conosciuto, attivo nella Sicilia occidentale, al quale sono documentati diversi pagamenti per avere eseguito, secondo lo stile tardo barocco dell’epoca, alcune decorazioni all’interno della Chiesa. Non sono rimaste però, testimonianze di queste pitture, ad eccezione di alcuni frammenti visibili nella cappella di S. Rosalia»7. Ho cercato tracce di tali affreschi ma mi è stato riferito che non esiste una cappella di S. Rosalia nella Madrice chiesa. Come che sia parrebbe che l’artista si sia limitato a decorare tutta la chiesa con «rabeschi e pitture in bianco e nero»8.

Sempre a Carini nei primi anni del XVIII secolo il pittore ‘Vincenzo Blandino’ questa volta assieme al collega Giuseppe Brusca è impegnato ad affrescare la chiesa del convento del Carmine9. In questo caso non ho potuto verificare personalmente ma da quanto ho letto in alcuni siti WEB la chiesa ha subito diverse modifiche nel corso dei secoli con la conseguente perdita delle decorazioni del nostro.

Per ricapitolare fino ad ora sono tre le opere firmate e datate di Vincenzo Blandini: le due tele di Salemi del 1690 e quella del Museo di Mazara del 1712. Un’altra composizione sempre del 1712 è documentata (la Crocifissione già a Partanna). Tra quelle attribuite su base stilistica la Natività di Salemi è quella che più si avvicina alla mano dell’artista, mentre l’affresco del Castello Grifeo è da espungere quasi certamente dal suo catalogo. La Nastasi lo data peraltro 177710.

Il fatto è che dal punto di vista dello stile tutte le opere fin qui rintracciate mostrano notevoli differenze stilistiche. È anche vero che le pessime condizioni della tela con il Martirio di s. Erasmo non consentono di poterla giudicare correttamente, sebbene si possono notare alcuni stilemi tardo-manieristi con influenze da Vincenzo La Barbera. L’altra tela con l’Incontro tra S. Antonio abate e Paolo Eremita, il cui stato di conservazione è sicuramente migliore, mostra talune dipendenze dallo Zoppo di Gangi ed è più incline ad un gusto classicista.

Per quanto concerne invece la più tarda composizione di Mazara col Battesimo di Ruggero lo stile è molto incerto e malsicuro, quasi vernacolare, con la tendenza ad allungare le silhouettes delle figure; il disegno è privo di correttezza e grazia; forse solo le tinte calde e accese hanno qualche pregio. Se pensiamo che nello stesso anno dipingeva la Crocifissione per l’Oratorio dei Bianchi di Partanna ci accorgiamo immediatamente di quanto discontinuo fosse il suo modo di dipingere.

Ad ogni modo le tele salemitane permettono di retrodatare il periodo di attività del pittore, ossia prima del 1690, e vanno ad anticipare conseguentemente anche la data di nascita dell’artista, collocabile presumibilmente prima del 1670.

Certamente fu un artista itinerante. Difficile dire se ciò sia dipeso dal fatto che fosse una religioso o solo perché attraverso una serie di contatti e conoscenze riuscì a conquistarsi delle commissioni anche lontano dalla città natia da riconoscere forse in Mazara.



1 «A dì 21 apr. 1712 onze 2 a don Vincenzo Blandina pittore per un quadro del Crocefisso nel nuovo Oratorio dei Bianchi e Monte di Pietà», B. Patera, Partanna, 1970.

2 A. Filippi in «Giornale di Sicilia» del 05/10/2009, p. 20.

3 L. Romeo, in L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani. II. Pittura, a cura di A.M. Spadaro, Palermo 1993, p. 39, ad vocem.

4 F. P. Massara, ad vocem, in Dizionario Enciclopedico dei Pensatori e dei Teologi di Sicilia dalle origini al sec. XVIII, a cura di F. Armetta, S. Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2018, II, pp. 675-676.

5 Pubblicate in http://www.matricesalemi.blogspot.it/p/beni-ecclesiastici.html sito web a cura di don Alessandro Palermo.

6 Massara, cit., p. 676.

8 “Nei primi anni del 1700 il compito di decorare la chiesa venne affidato al pittore Vincenzo Blandino, il quale con rabeschi e pitture in bianco e nero affrescò tutta la Chiesa Madre. La navata centrale fu affrescata da Giuseppe Testa tra il 1759 ed il 1815”, già in http://www.chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/AccessoEsterno.do?mode=guest&type=auto&code=69517&Chiesa_di_Maria_Santissima_Assunta__Carini

9 «Nei primi anni del 1700 i pittori Vincenzo Blandino e Giuseppe Brusca affrescarono la chiesa», G. B. Vaglica, Gli organi antichi nel territorio monrealese, Associazione artistico-musicale "Ignazio Sgarlata", Palermo, Augustinus, 1991, p. 85. Su tale Giuseppe Brusca, altro pittore dimenticato, non ho recuperato al momento ulteriori notizie.

10 V. Nastasi, Partanna terra et castrum, Alcamo (TP), Arti Grafiche Campo s.r.l. 2001, p. 49.

giovedì 20 gennaio 2022

UN DISEGNO ATTRIBUITO AL PITTORE TRAPANESE SEICENTESCO GIACOMO LO VERDE (1606-1649)

 

Sergio Alcamo

 

 

In un’asta fiorentina Pandolfini del 2018[1] è stato presentato un disegno a matita nera su carta vergellata (170x280 mm) raffigurante uno Studio per battaglia (fig. 1) che sulla scorta di un’inscrizione non coeva (fig. 2)[2] è stato proposto con un’attribuzione al pittore trapanese Giacomo Lo Verde (Trapani, 1606-Palermo, 1649).

 

 fig. 1 - Giacomo Lo Verde (attr.), Studio per battaglia, disegno, Asta Pandolfini Firenze, 3 Ottobre 2018 (da https://www.anca-aste.it/it/asta-0200/attribuito-a-giacomo-lo-verde.asp).


fig. 2 - Iscrizione non coeva sul disegno precedente 'Giacomo Lo Verde'

 

 

Non è certo se il foglio, di cui la casa d'aste ignora la provenienza[3], sia un autografo di questo ancora poco studiato maestro siciliano, allievo prediletto del più celebre Pietro Novelli (Monreale, 1603-Palermo, 1647), che secondo la tradizione lo ritrasse accanto a sé nella Benedizione dei pani a Monreale (Convitto Guglielmo)[4]

Del Lo Verde si conoscono al momento alcune prove grafiche conservate alla Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis[5], anche se probabilmente non tutte sono di sua mano; quel che è certo è che l’iscrizione presenta la medesima grafia di alcuni disegni già nella raccolta di grafica del barone Pietro Sgadari di Lo Monaco (Palermo, 1907-1957), ricca di esemplari di artisti siciliani[6].

Tra questi il collezionista possedeva un foglio da lui affibbiato al nostro e raffigurante S. Giovanni Battista (fig. 3)[7] che presenta in basso un’iscrizione (fig. 4) della stessa mano dell’esemplare della vendita fiorentina.


 fig. 3 - Giacomo Lo Verde (attr.), S. Giovanni Battista, disegno, già Palermo, coll. Sgadari di Lo Monaco (da Sgadari di Lo Monaco 1940).


fig. 4 - Iscrizione non coeva sul disegno precedente 'Lo Verde'


Difficile stabilire se anche questo altro studio sia di mano del pittore trapanese. Molte delle attribuzioni proposte dallo Sgadari di Lo Monaco nel proprio volume non hanno superato il vaglio della moderna connoisseurship e sono state dirottate su altri artefici.

Ad ogni modo, ritengo plausibile che il anche foglio con lo Studio per battaglia si trovasse in origine in questa raccolta palermitana.

Conosciuto per lo più per le grandi pale d'altare di soggetto sacro, in una postilla al manoscritto del Mongitore si dice che il Lo Verde fosse «celebre nel delineare battaglie»[8]. Non è stato ancora individuato un dipinto da cavalletto illustrante tale soggetto a lui riferibile; non è tuttavia da escludere una correlazione tra il tema del disegno e la scena di battaglia che era presente nell'arco trionfale eretto a Palermo nel 1641 per l’ingresso del viceré Alonzo Enriquez de Cabrera di cui rimane a ricordo l'intaglio di Pietro del Po’ su disegno dell'ideatore di quell'apparato effimero, Pietro Novelli (fig. 5)[9]

 

Fig. 5 - Pietro Del Po' su disegno di Pietro Novelli, Arco trionfale eretto a Palermo per l’ingresso del viceré Alonzo Enriquez de Cabrera, incisione, 1641 (in G. SPUCCES, Mercurio Panormeo..., Palermo 1641) https://iris.unipa.it/retrieve/handle/10447/95289/134270/Testo%2C%20Immagine%2C%20Luogo%20%28Pietro%20Novelli%29_Giuseppe%20Antista.pdf.

 


Sappiamo che proprio al Lo Verde spettò la decorazione pittorica dell'apparato[10]. Il nostro potrebbe essersi ispirato a tale prototipo o - perché no - potrebbe anche aver suggerito al suo maestro Novelli una prima idea, uno spunto iconografico per il soggetto di battaglia da illustrare. 

In assenza di altri elementi più dirimenti in questa sede mi limito a rendere noto il disegno agli studiosi del Seicento siciliano confidando in suggerimenti e proposte.

 



[1] Opere su carta: disegni, dipinti e stampe dal XV al XIX secolo, lotto 50, Attribuito a Giacomo Lo Verde, Firenze, Mercoledì 3 Ottobre 2018 https://www.anca-aste.it/it/asta-0200/attribuito-a-giacomo-lo-verde.asp

[2] Iscrizioni: ‘Giacomo Lo Verde’ a penna sul recto in basso a sinistra; scritta a penna non leggibile sul verso.

[3] Dalle informazioni reperibili nel sito WEB della casa d’aste si apprende che sul verso è presente un timbro non identificato.

[4] Sul Lo Verde P. Sgadari di Lo Monaco, Pittori e scultori siciliani dal Seicento al primo Ottocento, Libreria Agate, Palermo 1940, pp. 72-73; G. Agosta, Due eccellenti Pittori Trapanesi dei secoli XVII e XVII. Giacomo Lo Verde e Domenico La Bruna, in «Trapani. Rassegna mensile della Provincia», Anno II, n. 5, 15 maggio 1957, pp. 13-17, in part. pp. 13-15. S. Grasso, Dipinti inediti di Giacomo Lo Verde, in «Beni culturali e ambientali», Anno IV, 1983, n. 1-2-3-4, pp. 107-122 (con bibliografia); V. Zoric, Lo Verde Giacomo, in L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani. Pittura, II, a cura di M. A. Spadaro, Palermo 1993, pp. 305-306. Per un elenco delle sue opere si rinvia a https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Lo_Verde 

[5] «Sempre del Lo Verde, inoltre, presso la G.R.S. si conservano alcuni disegni, interessanti, se pure caratterizzati da un certo accademismo romano», Zoric, Lo Verde Giacomo cit., p. 306.

[6] Per informazioni sul collezionista e la sua raccolta di grafica si veda D. Malignaggi, Storiografia e collezionismo fra Settecento e Ottocento, in V. Abbate, Maestri del Disegno nelle collezioni di Palazzo Abatellis, catalogo della mostra, Sellerio, Palermo 1995, pp. 68-85, in part. pp. 77-78.

[7] Sgadari di Lo Monaco, Pittori e scultori siciliani cit., Tav. XVIII.

[8] Zoric, Lo Verde Giacomo cit, p. 306. 

[9] C. Oliva, scheda V, 7 - Del Po, Pietro. Arco trionfale del viceré Cabrerà, in Pompa Magna. Pietro Novelli e l'ambiente monrealese, a cura di G. Davì e G. Mendola, [s.l., s.n.], Grafica Editoriale, Messina 2008, PIT 19 - Alto Belice Corleonese, Comune di Piana degli Albanesi, p. 136.

[10] Ibidem.