mercoledì 6 agosto 2014

E’ DI VITO D’ANNA L’AFFRESCO DELLA SAGRESTIA DELLA CHIESA DI S. FRANCESCO DI PAOLA A PALERMO?

di Sergio Alcamo.

Durante il mio recente viaggio in Sicilia ho avuto modo di rivedere l’affresco appena restaurato[1] che decora la volta della bella sacrestia della chiesa di S. Francesco di Paola a Palermo (fig. 1). Si tratta de Il Trionfo della Religione, già attribuito in passato a Vito D’Anna[2], poi declassato ad opera del di lui figlio Alessandro[3] e, infine, per lungo tempo trascurato dagli studiosi[4].


Fig. 1 - Chiesa di S. Francesco di Paola, Palermo, sacrestia (dopo il restauro) (foto S. Alcamo).

Iconograficamente quest’opera rappresenta la figura allegorica della Fede Cattolica vestita di bianco e assisa su un carro sospeso sulle nubi. Regge il calice con l’ostia irradiante fasci di luce e la croce, simbolo della fede in Cristo. Sotto di lei una figura femminile è attorniata da diversi angeli che reggono alcuni strumenti per officiare i riti sacri (un incensiere, il messale, i paramenti sacerdotali), mentre alla sua sinistra un puttino distrugge una statua di divinità pagana con un martello. In basso alla composizione la figura allegorica della Religione Ebraica sta seduta, pensosa e meditabonda, quasi melanconica, su una nuvola sulla quale trovano posto anche i simboli di quella religione, le tavole della legge, il pettorale del giudizio (Hoshen) incrostato di pietre preziose, e la mitra del gran sacerdote sulla quale, invece della consueta formula inneggiante a Jhwh campeggia quella che sembra la data, il 1750.  
È stata una grande emozione rivedere l’opera dopo neppure sette mesi (l’avevo vista nel dicembre del 2013) (fig. 2) in una nuova veste, ripulita e meglio leggibile (fig. 3).
Purtroppo l’intervento di restauro ci restituisce una pellicola pittorica sofferente e non in ottime condizioni che mostra i danni provocati dal tempo e dall’incuria, e che in alcuni brani ha subito delle perdite di colore. Aveva sicuramente subito dei rimaneggiamenti, come dimostra l’assenza adesso del finto cornicione mistilineo all’interno della cornice reale dell’affresco stesso.



Figg. 2-3 - Vito D’Anna?, 1750?, Trionfo della Religione cattolica, affresco, Chiesa di S. Francesco di Paola, sagrestia, (prima e dopo il restauro), (foto S. Alcamo).

L’opera ha così acquistato maggiore libertà e ariosità e rivela adesso una qualità notevole più di quanto, a mio avviso, la critica moderna gli aveva attribuito[5] anzi, a questo proposito, volevo fare alcune considerazioni su quest’opera negletta in attesa che siano pubblicati i risultati dell’intervento di restauro curato dalla Soprintendenza di Palermo, che sta interessando l’intero edificio.
Vito D’Anna (1718-1769) è forse il pittore e decoratore ad affresco più importante del Settecento siciliano. Su lui molto è stato scritto[6], sebbene manchi a tutt’oggi una monografia aggiornata ed esaustiva[7]. Molte delle sue opere mobili (quadri, disegni e bozzetti) sono riemerse dall’oblio in cui per troppo tempo erano precipitate a causa dei fattori più diversi (errate attribuzioni per assenza di documenti, cattivi e/o vecchi restauri con estese ridipinture e alterazioni, dispersioni, furti, ecc..). Di contro, molti suoi affreschi sono oramai irrimediabilmente perduti a causa delle distruzioni belliche ma anche per la mano dell’uomo che nel nome di un progresso e di una modernità incontrollati ha finito per modificare spazi pubblici, con l’abbattimento di interi edifici e ambienti privati riducendo, ad esempio, quelli che una volta erano grandi palazzi nobiliari in più modesti appartamenti, magari dati pure in affitto[8].
Quei pochi resti superstiti dei cicli decorativi del D’Anna di cui abbiamo notizia o sono in attesa di restauro - quando non sono ridotti a miseri lacerti di un glorioso passato, perendo agonizzanti nel deplorevole silenzio collettivo[9] - oppure sono ancora oggi ignorati dagli studiosi o addirittura del tutto ignoti e molti aspetti e momenti della sua attività restano sconosciuti.  
Come dicevo all’inizio molto è stato scritto, anche di recente[10], eppure ancora molti dubbi permangono in particolare sulla sua attività artistica giovanile: i dipinti (alcuni oggi irreperibili) e gli interventi decorativi ad affresco realizzati durante la formazione acese alla scuola del Vasta, quelli del periodo immediatamente successivo al ritorno a Palermo e all’ingresso nella bottega del Sozzi e soprattutto le opere realizzate prima durante e subito dopo il viaggio di studio a Roma, soggiorno che secondo la vulgata moderna sarebbe durato dal 1746 al 1751[11], ma che secondo le fonti sette-ottocentesche sarebbe stato in realtà di breve durata[12], addirittura solo sei mesi per Sagadari di Lo Monaco[13], a causa della salute cagionevole del giovane artista.
Possiamo affermare che in generale si riscontra un vuoto di documenti e opere di circa cinque/sei anni corrispondenti grosso modo agli anni di questo presunto lungo soggiorno nella capitale[14].
Dopo la fine dell’alunnato, durato otto anni, presso il pittore acese Pietro Paolo Vasta e il rientro a Palermo nel 1744, e quindi l’inizio della collaborazione con Olivio Sozzi, che diverrà presto suo suocero[15], il catalogo del pittore è stato variamente colmato dagli storici dell’arte con alcune opere che mostrano, a mio modesto avviso, qualità e stile divergenti e che pertanto andrebbero valutate meglio nel percorso artistico dell’artista alla ricerca di un proprio linguaggio.
Ilaria Guccione, studiosa palermitana che di più in questi anni si è dedicata con passione al pittore concittadino elenca, sulla base di alcuni noti documenti, una serie di opere che ragionevolmente andrebbero a coprire questi primi anni palermitani e tra queste pone l’Ascensione di Cristo di S. Anna la Misericordia, attribuibile alla prima metà del 1745, i due affreschi per Casa Professa con S. Rosalia intercede per la peste e S. Rosalia in gloria libera Palermo dalla Peste, sempre del 1745, e infine l’affresco a monocromo con la Purità, per S. Sebastiano alla Marina, collocabile al 1747[16], opere, specialmente le prime due, molto differenti tra loro, ma che manifestano da un lato le caratteristiche dello stile del D’Anna già pienamente maturo, dall’altro un ripiegamento verso forme più classiciste, alla Vasta, per così dire.
Cosa, dunque, ha realmente dipinto il D’Anna tra il 1746/47 e il 1750751, in questo secondo periodo di formazione e maturazione alla bottega del Sozzi? Quali opere ha dipinto prima del viaggio a Roma e subito dopo il rientro a Palermo? E soprattutto: quali opere ci mostrano l’evoluzione dello stile del giovane pittore da formule ancora legate al classicismo romano, dalle  volumetrie solide e scultoree verso forme più morbide, vaporose e di gusto pienamente rococò?
Forse una risposta ci può venire dall’affresco della sagrestia della chiesa di S. Francesco di Paola a Palermo che, come ho detto prima, era stato attribuito da alcune fonti ottocentesche[17] a Vito D’Anna e declassato - se così si può dire - da Citti Siracusano ad opera del figlio Alessandro[18]. Secondo Agostino Gallo quest’ultimo avrebbe iniziato la propria carriera pubblica verso il 1766 in questa chiesa, eseguendo diverse opere tra le quali affreschi con le Storie di S. Francesco di Paola, che la Siracusano ritiene siano le due tele, tutt’ora in loco, del medesimo soggetto, e la tela col Beato Longobardi di fronte alla Trinità[19].
Mi chiedo allora: perché proprio in questa chiesa? Probabilmente proprio perché vi aveva già lavorato il padre. 
Avendo avuto modo di vedere l’affresco poco prima del recentissimo intervento di restauro (fig. 4) e poco dopo lo stesso (fig. 5), ho notato quella che sembrerebbe essere una data, [1]750, apposta sulla mitra retta dalla figura femminile in primo piano in basso a sinistra, che allegoricamente raffigura la Religione ebraica, data che chiaramente contrasta con la biografia di Alessandro, nato nel 1746. Se questa mia osservazione fosse confermata ci troveremmo di fronte ad un opera certa di Vito.



Fig. 4 - Vito D’Anna? 1750?, Trionfo della Religione Cattolica, affresco, Chiesa di S. Francesco di Paola, sagrestia, (particolare con la data [1]750 prima del restauro) (foto S. Alcamo).



Fig. 5 - Vito D’Anna? 1750? Trionfo della Religione Cattolica, affresco, Chiesa di S. Francesco di Paola, sagrestia, (particolare con la data [1]750 dopo il restauro) (foto S. Alcamo).
                
Sulla sacrestia il Roberti scriveva “Assai ampia e bellamente decorata di stucchi e di pitture, essa venne ridotta allo stato attuale nella prima metà del XVIII secolo, per opera specialmente del Rev.mo P. Clemente Ciriminna, morto poi Generale dell’Ordine, a Paola nel 1767[20]. Il Garstang riporta invece la notizia che la sagrestia fu costruita ex novo tra il 1759 e il 1760[21]. Nei documenti citati dallo studioso non si fa riferimento alcuno alle decorazioni pittoriche, quindi l’affresco in teoria sarebbe stato realizzato per ultimo.
Ma anche ammesso che la decorazione pittorica sia avvenuta, come era prassi, alla fine, e quindi verso il 1760, Alessandro D’Anna, nato secondo il Gallo nel 1746[22], avrebbe avuto a quell’epoca solo 14 anni, e mi sembrano davvero pochi per una commissione del genere. Forse per ex novo bisogna intendere solo il rinnovamento dell’apparato decorativo a stucco e dorature.
Ritengo perciò più plausibile che l’affresco sia proprio opera di Vito D’Anna e vicino stilisticamente alle pitture di palazzo Benenati e di quelle della cupola di S. Caterina, entrambi del 1751. Caratteristica comune a tutte queste opere mi sembra, infatti, la ricerca di colori meno squillanti, e più amalgamati, di pieghe meno taglienti e più morbide, di incarnati più pastosi e, soprattutto, l’insistenza ad ombreggiare fortemente la zona tra il mento e la gola delle diverse figure.
Anche nell’affresco della sacrestia di S. Francesco di Pola l’artista sembra ricercare una pittura tonale, un modellato più morbido e sfumato e meno scultoreo. I colori stessi sono meno accesi e i panneggi meno taglienti. Già Padre Fedele da S. Biagio aveva lodato questo tipo di pittura del D’Anna relazionandolo a quello di Gioacchino Martorana, che a suo avviso piaceva di più ai contemporanei proprio per l’uso di colori accesi e squillanti[23].
Le figure, poco numerose, sono distribuite in modo tale da non saturare la composizione ma con naturalezza si stagliano sul brano di cielo dalle sfumature celesti-violacee-giallastre. Con il loro moto ascensionale galleggiano nello spazio senza invaderlo.
In quest’opera possiamo ammirare uno dei primi esempi di pitture rococò in Sicilia.
Il confronto con un affresco che decora la volta della chiesa degli Agonizzanti a Castelvetrano, che una tradizione locale vuole sia opera di Vito D’Anna del 1750 circa, e che a mio giudizio potrebbe essere opera di collaborazione col suocero Olivio Sozzi, attorno al 1746/48[24], rivela una differenza sostanziale nel modo di dipingere e di concepire lo spazio (fig. 6).


Fig. 6 - Olivio Sozzi e Vito D’Anna? – Un’anima ascende in cielo per intercessione della Vergine Maria e di Gesù bambino, affresco, 1746/48 ca., Castelvetrano, chiesa degli Agonizzanti (foto S. Alcamo)

Qui tutto è solido e scultoreo, i colori sono accesi e squillanti, e con bell’effetto di cangiantismo, le figure invadono e saturano lo spazio costretto della cornice in stucco (probabilmente di molto precedente la decorazione pittorica), si sovrappongono e si accalcano, nonostante ciò possiamo ammirare in alcune figure una delicatezza, una bellezza e una raffinatezza di colorito che lasciano ipotizzare l’intervento diretto del giovane Vito (si vedano la perfetta anatomia della figura dell’Inganno (fig. 7), memore del Torso del Belvedere o del Laocoonte). Allo stesso tempo si nota la ricerca di effetti di straordinaria leggerezza (si veda la figura della Ragione con l’elmo piumato (fig. 8) e le ombre delicate che trascolorano sul suo viso).


Fig. 7 - Vito D’Anna? – Inganno, (part.), affresco, 1746/48 ca., Castelvetrano, chiesa degli Agonizzanti (foto Roberto Stella Castelvetrano).


Fig. 8 - Vito D’Anna? – Ragione, (part.), affresco, 1746/48 ca., Castelvetrano, chiesa degli Agonizzanti (foto Roberto Stella Catelvetrano).

Di contro nell'affresco di Palermo tutto è leggerezza e fusione coloristica. Si confrontino, ad esempio, i diversi volti delle figure femminili o dei puttini (figg. 9-10). La solidità e la monumentalità lasciano il posto alla grazia e alla delicatezza.



Figg. 9-10 – Vito D’Anna? 1750?, Trionfo della Religione Cattolica, (part.), affresco, Chiesa di S. Francesco di Paola, sagrestia, (foto S. Alcamo).


Forse l’affresco di Castelvetrano potrebbe essere una delle ultime opere realizzate da Vito prima del viaggio a Roma e l’affresco della sacrestia di S. Francesco di Paola a Palermo una delle prime dopo il ritorno dalla Capitale.
Dunque due opere che potrebbero riempire il vuoto nell’attività artistica giovanile di Vito D’Anna e che mostrano l’evoluzione del suo stile.
Spero che la conclusione dell’intervento di restauro possa contribuire a gettare un po’ di luce sul buio fitto che ancora avvolge la carriera iniziale non solo di Vito ma anche del figlio Alessandro, e ad illuminarci sugli interventi degli altri numerosi artisti che hanno decorato questa stupenda chiesa. 
Poiché non ho avuto modo di effettuare delle buone fotografie non mi pronuncio sull’altro affresco dipinto nel cappellone (figg. 11-12), già attribuito a Vito, e che è stato anch’esso considerato successivo e opera di collaborazione col figlio Alessandro[25]. Il Troisi lo colloca sulla scorta del Gallo verso il 1766[26].


Fig. 11 - Alessandro D’Anna? 1766? - Virtù teologali e S. Oliva, affresco, Palermo, chiesa di San Francesco di Paola, cappellone, (dopo il restauro) (foto S. Alcamo).


fig. 12 - Particolare con la Carità, Palermo, chiesa di San Francesco di Paola, cappellone, (dopo il restauro) (foto S. Alcamo).




[1] Ringrazio padre Giorgio che mi ha permesso di fotografare le diverse opere della chiesa di S. Francesco di Paola.
[2] G. M. Roberti, S. Oliva ovvero la Chiesa e il Convento di S. Francesco di Paola in Palermo, Palermo 1905, p. 54; G. Bellafiore, Palermo, guida della città e dei dintorni, Palermo 1956, p. 99. Cfr. D. Garstang, Giacomo Serpotta e gli stuccatori di Palermo, Palermo 1990, p. 217; 267-268, che si limita a riportare l’attribuzione a Vito D’Anna.
[3]Il respiro di questi affreschi non è però sempre all’altezza della migliore produzione del D’Anna. Ciò lascerebbe pensare ad un largo intervento del giovane figlio e degli allievi”, C. Siracusano, La pittura del Settecento in Sicilia, Roma 1986, p. 359, nota 4.
[4] A mia conoscenza l’ultimo riferimento agli affreschi di S. Francesco di Paola, in particolare su quello della sacrestia, compare in S. Troisi, Vito D’Anna, «Kalòs. Arte in Sicilia », 1993, n. 4, luglio-agosto, p. 30, “[...] mentre molto meno felice, nella resa sommaria del disegno e del colore più pesante e opaco è l’affresco della sacrestia con il Trionfo della Religione, che riprende i consueti modelli compositivi di D’Anna senza tuttavia possederne né la levitò di tono né la padronanza dello scorcio”.
[5] Ibidem.
[6] Per la bibliografia su Vito D’Anna si vedano: M. G. Paolini, D’Anna Vito, ad vocem, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma 1986, pp. 616-621, con bibliografia fino al 1985; Siracusano 1986, cit., pp. 270-281; I. Guccione, Vito D'Anna (1718-1769): identità di un artista, Università degli studi di Palermo, Facoltà di lettere e filosofia, Dottorato di ricerca in storia dell'arte medievale, moderna e contemporanea in Sicilia, 18. Ciclo, tutor Diana Malignaggi, coordinatore Maria Concetta Di Natale, Anno Accademico 2006/2007, con bibliografia.
[7] L’ultima monografia in ordine di tempo è quella di Marcella La Monica, Vito D’Anna pittore rococò tra sacro e profano, Palermo 2012.
[8] Si veda il caso dell’affresco di Palazzo Benenati-Ventimiglia oramai in pessime condizioni e coperto alla vista da un controsoffitto. È stato riscoperto e fotografato da Ilaria Guccione che lo ha pubblicato in «Salvare Palermo», Gli affreschi di Vito D’Anna a Palazzo Benenati, n. 12, Palermo 1999, pp. 23-24.
[9] Eadem, Il trionfo dell’indifferenza, in «Kalòs. Arte in Sicilia», marzo-aprile 1999, anno II, n. 2, pp. 34-35.
[10] La Monica 2012, cit..
[11] Siracusano 1986, cit.; La Monica 2012, cit., p. 14.
[12] Fedele da San Biagio, Dialoghi familiari sopra la pittura, Palermo 1788; Villabianca; L. Vigo, Memorie di P. Paolo vasta, pittore di Acireale, Palermo 1826; Gallo ms. XIX sec.; C. T. Dal Bono, Storia della pittura in Napoli e Sicilia, Napoli 1859. Cfr. Paolini, cit., p. 616.
[13]Dopo sei mesi tornò a Palermo per ragioni di salute”, P. Sgadari di Lo Monaco, Pittori e scultori siciliani dal Seicento al primo Ottocento, Palermo 1940, p. 40.
[14] Finora si è ipotizzato un periodo di tempo tra il 1746, dopo la nascita del figlio Alessandro e il 1751, anno in cui «firmò e datò alcune importanti opere nella sua città d’origine: gli affreschi della cupola di S. Caterina in piazza Pretoria, e la decorazione a fresco di palazzo Benenati», I. Guccione, I pittori siciliani del Settecento. L’apprendistato romano, le Accademie e lo studio del disegno. L’acquisizione di nuovi modelli, pp. 33-104 in Agatino Sozzi e lo studio del disegno, a cura di D. Malignaggi, Università degli Studi di Palermo, Dipartimento Studi Storici e Artistici, Storia del Disegno, dell’Incisione e della Grafica, Palermo 2003, (su Vito D’Anna in part. pp. 77-82).
[15] L’atto di matrimonio con Aloisia Sozzi è stato siglato il 24 febbraio 1745. A. Giuliana Alajmo, Vito d'Anna: Il più grande affreschista Siciliano del '700 e le sconosciute Sue opere in s. Antonio abate in Palermo. 12 documenti inediti, Palermo 1954, p. 8. Cfr. G. Mendola, Sei matrimoni e … un testamento. Inediti per la biografia di alcuni pittori del Settecento palermitano, in Il Settecento ritrovato a Palazzo Santelia, catalogo della mostra a cura di G. Davì et alii, Provincia Regionale di Palermo, Palermo 2008, p. 27.
[16] Guccione 2006/2007, cit...
[17]A. Mongitore, Le chiese e le case, I, fog. 123. [ms. XVIII sec., presso Biblioteca Comunale di Palermo, Qq. E. 7.], cfr. Paolini, cit., p. 620; Garstang, cit., p. 268.
[18] Cfr. nota ?
[19] Siracusano 1986, cit., p. 358, 359 note 3-4.
[20] Roberti 1905, cit., p. 54.
[21] “…fu iniziata qualche tempo dopo il settembre del 1759 e ultimata nel giugno del 1760”, Garstang 1990, cit., p. 268.
[22] Siracusano 1986, cit., pp. 358; 359, nota 1.
[23] Fedele da San Biagio 1788, cit..
[24] Sul ciclo di affreschi della chiesa degli Agonizzanti di Castelvetrano, di cui mi sto occupando da qualche tempo, mi riservo di preparare uno studio dettagliato. Nel frattempo si veda il mio post sul mio Blog http://spigolaturediartesiciliana.blogspot.it/2014/04/ncora-sulla-madonna-degli-agonizzanti.html
[25] Roberti 1905, cit., p. 45; Paolini 1986, p. 618; Siracusano 1986, cit., pp. 358-359.
[26] Troisi 1993, cit., p. 30.

domenica 18 maggio 2014

UNA PANORAMICA SU PLACIDO ROMOLO (o ROMOLI) (1690? - post 1740) PITTORE MESSINESE.

di Sergio Alcamo.


Placido Romolo (o Romoli) è uno di quei numerosi pittori siciliani del XVIII secolo sui quali possediamo pochissime informazioni, e non solo perché si tratta probabilmente di una personalità “minore” ma perché in questo caso specifico i due terremoti che hanno colpito Messina – quello del 1783 e quello del 1908 – hanno distrutto gran parte delle testimonianze documentarie dirette e indirette non solo su questo pittore ma su molta parte della cultura figurativa e dei protagonisti di questa martoriata città siciliana[1].
Merita pertanto una qualche attenzione da parte mia che cerco con questo Blog di gettare luce su personalità artistiche poco conosciute.
Per ovvi motivi (abito a Torino!) non potendo effettuare indagini d’archivio mi limiterò in questa sede a compiere solamente una panoramica su quello che conosco di edito su questo pittore e sulle scarse ma interessanti notizie che è possibile trovare in Internet.
Mancando una monografia esaustiva su questo personaggio ho pensato di riportare tutte le testimonianze reperibili, che come spesso accade, sono frammentarie: capita infatti che uno stesso argomento venga trattato da diversi studiosi ma le notizie pubblicate quasi sempre sono ignote tra gli uni e gli altri.
Proverò quindi ad incrociare questi diversi contributi per vedere se è possibile ricreare un profilo biografico abbastanza verosimile di questo artista.  
L’approccio obbligato per chiunque voglia avere un riscontro immediato su un pittore del Settecento siciliano è l’indispensabile volume di Citti Siracusano del 1986[2].
La studiosa, che faceva notare la scarsità di notizie sull’artista, ne menzionava i natali messinesi, riportandone la presunta data di nascita e di morte (1690-1734), il soggiorno romano, la partecipazione nel 1713 al concorso Clementino dell’Accademia di S. Luca con il disegno a matita della Statua di Santa Martina e del suo altare della chiesa eponima di Roma e un intervento pittorico nella chiesa dei S.S. Sebastiano e Valentino, sempre nella capitale, senza fornire però alcun riscontro fotografico. Infine riportava la scarsa bibliografia[3].
Nel dizionario del Sarullo sugli artisti siciliani del 1993[4] sono riportate integralmente le informazioni della Siracusano sul “Romoli “con la precisazione che questi doveva essersi trasferito a Roma già agli inizi del secondo decennio del Settecento. Nel 1713 vinceva, infatti, il secondo premio al concorso Clementino dell’Accademia di S. Luca con il citato disegno a matita della statua di Santa Martina.
Viene anche riportata la testimonianza di Agostino Gallo[5] secondo la quale il “Romoli” nel 1739 avrebbe inciso due opere di Placido Campolo[6] messinese: il disegno con la Madonna della lettera e San Paolo, e il dipinto della cripta del Duomo di Messina con la Madonna della lettera.
La descrizione del Gallo sulla prima di queste incisioni recita: “…una Madonna della lettera fra una turba di angioletti, sotto San Paolo, e Messina, genuflessi[7]. Potrebbe trattarsi della stampa (fig. 1) che ho trovato in un sito on line [8].


Fig. 1 - Madonna della lettera,  San Paolo, e allegoria di Messina, stampa, XVIII sec.? (da http://www.madonnadellalettera.it/il-culto-a-messina.html)

A causa della qualità non alta della risoluzione dell’immagine non si riesce a vedere se c’è il nome dell’incisore o del’inventore.
Una stampa simile ma forse precedente si ritrova in un altro sito on line[9] (fig. 2).


Fig. 2 - anonimo, Madonna della lettera,  San Paolo, e allegoria di Messina, stampa, XVII sec.? (da http://www.reginamundi.info/icone/lettera.asp)

Uno dei contributi più recenti di mia conoscenza è quello del 2003 della studiosa palermitana Ilaria Guccione[10] che, oltre a pubblicare l’immagine del disegno con Il sepolcro di Santa Martina (fig. 3)[11] nella cui iscrizione il pittore è indicato come “Placido Romolo messinese”, aggiornava alcuni errori relativi ai dati riferiti fino ad allora all’artista.
In particolare distingueva due personalità artistiche distinte, quella del meno noto Placido Romolo, appunto, da quella del poco più conosciuto Placido Campolo, già citato, entrambi messinesi e in qualche modo confusi e sovrapposti dal sunnominato Gallo in relazione all’incisione già citata della Madonna della lettera datata da quest’ultimo al 1739. Poi faceva notare che proprio la datazione di questa incisione contrasta con la data di morte indicata al 1732. Infine riferiva che il Romolo risultava presente alla Congregazione de’ Virtuosi del Pantheon tra il 1722 e il 1724[12].


Fig. 3 -  Placido Romolo, Il sepolcro di Santa Martina, disegno, matita nera e gessetto su carta marrone, Roma, Accademia Nazionale di S. Luca (da Guccione 2003).

Con il contributo della Guccione si conclude la parte edita che a mia conoscenza riguarda il Romolo.
Riassumendo possiamo affermare che questo artista messinese si era dedicato alla pittura (in particolare ad affresco) e all’incisione.
Cercando di approfondire questi aspetti già qualche anno fa avevo fatto qualche ricerca on line, e nel sito Messinaweb.eu avevo trovato questo articolo di Aurora Smeriglio che riporto integralmente di seguito: Placido Romoli da Messina – Un’artista dimenticato e forse mai conosciuto, “Placido Romoli messinese (1690-1750) giunge a Roma da Messina, e svolge la sua attività presso la bottega dell’Architetto Carlo Fontana. Come compagni troverà Filippo Juvarra e Pietro Passalacqua anch’essi messinesi. Nel 1722 è ammesso alla Congregazione de’ Virtuosi del Pantheon, insieme all’architetto-incisore Filippo Vasconi ed accolto, indiscusso, alla corte del Papa Clemente Ottavo. Affresca la volta della Chiesa di San Sebastiano all’Olmo in Roma, ma si è appurato che nonostante quella Chiesa sia stata parzialmente abbattuta, i suoi affreschi siano stati salvati. Con altissima probabilità inseriti in un contenitore museale o all’interno di un antichissimo palazzo di Roma ancora esistente. Queste sono alcune delle tracce che ci riportano alla grandezza di questo artista. Molto altro è al vaglio e allo studio di questo grande personaggio che ci ha regalato un’importante eredità: un altro tassello della storia messinese che non deve assolutamente essere dispersa”[13]
Continuando le ricerche su Placido Romolo in Internet ho trovato quest’altra informazione interessante.
In un manoscritto della prima metà del XVIII (ca. 1730-1741), del fiorentino Francesco Maria Niccolò Gabburri (1675-1742) si parla di “Placido, del Casato, Romolo messinese, pittore a olio e più a pastelli; specialmente nei ritratti fa spiccare il suo gran talento alla corte del re Carlo di Napoli in età di anni 50, nel 1740, dove vive provvisionato. Per la sua bravura nei ritratti fu onorato della Croce del Sangue di Cristo dall'ambasciadore di Portogallo in Roma[14].
Non sappiamo dove il Gabburri, autore delle Vite dei pittori ha attinto queste informazioni e/o se ha conosciuto personalmente l’artista[15]. Se queste brevi note biografiche fossero vere ci confermerebbero innanzitutto il cognome Romolo e non Romoli, la data di nascita al 1690, e che era in vita almeno fino al 1740.
Tuttavia, visto che l’unico elemento biografico sicuro al momento è la partecipazione e la relativa vittoria nel 1713 al Concorso Clementino, stando al Gabburri a quella data il pittore avrebbe avuto solo 13 anni. Il che mi sembra poco probabile. È verosimile allora che il Romolo sia nato prima del 1690.
Per quanto riguarda il cognome viene aggiunto quel “del Casato” che non mi spiego cosa possa significare: un doppio cognome o più comprensibilmente “del casato dei Romoli” (e dunque Romoli doveva essere il cognome che indicava una famiglia di nobili origini?).
Visto che sulla data di morte per ora non abbiamo notizie certe, sulla scorta del Gaburri possiamo supporre che il pittore abbia concluso i suoi giorni a Napoli, seguendo così il destino di altri artisti isolani, come Giuseppe Porcello (1682-1734) suo conterraneo[16].
Possiamo almeno aggiungere un elemento nuovo ossia che il Romolo si dedicava anche ai ritratti e soprattutto era uno specialista nella tecnica del pastello[17]. Ma al momento, che io sappia, nessun’opera di questo genere è stata rintracciata.
Per quanto riguarda l’attribuzione degli affreschi della chiesa di S. Sebastiano in Roma, di cui invece il Gabburri non fa menzione, al momento la testimonianza bibliografica più antica sembra essere questo passo tratto dal volume edito dal Roisecco nel 1750: ...e tutte le Pitture nel soffitto sono di D. Placido Romoli Messinese[18].
Su cosa raffigurassero tali affreschi la risposta ci viene da un testo di Jeremiah Donovan del 1844 nel quale l’autore descrive proprio queste opere: “The first painting on the cieling, next the great altar, is S. Sebastian attended by S Irene; the second, SS Valentine and Sebastian in glory; and the third, the martyrdom of S. Valentine, all by Placido Romoli by Messina[19].
Dunque questi dipinti raffiguravano S. Sebastiano curato da S. Irene, Gloria di S. Sebastiano e S. Valentino, Martirio di S. Valentino.
Mentre mi sembra interessante quest’altra descrizione, tratta da una guida di Roma del 1869, che specifica meglio il contesto in cui erano inseriti i citati affreschi: “Vicina resta la Chiesina di S. Sebastiano all'Olmo, così chiamata da un olmo che qui verdeggiava, il quale nel 1682 fu tagliato ad istanza dei vicini abitanti. Questa chiesina fin'ora ha facciata su la piazza Paganica, così denominata dal palazzo già dei duchi Paganica, ed ora Mattei a suo luogo indicato. Presto però verrà demolita per la metà per ingrandire il palazzo Guglielmi, e così la facciata verrà voltata dal lato opposto. Il quadro di s. Sebastiano sull'altar maggiore si colorì dal cav. d' Arpino. Il s. Valentino che rimarrà nell'altare a sinistra è di un suo scolare. Le pitture che si leveranno dal soffitto sono di Placido Romoli. Il palazzo Moroni, ora Guglielmi, contiene molte lapidi ed altre cose antiche[20].
Quindi fino al 1869 circa le pitture erano ancora al loro posto. Forse furono tolte attorno al 1870/80. Infatti nella seconda edizione del volume di Mariano Armellini del 1891 (la prima edizione forse è del 1887) si dice cheFu demolita questa chiesa sotto gli occhi nostri, per la fabbrica del palazzo Guglielmi piazza Paganica[21].
Dubbia rimaneva finora la collocazione originaria della chiesa. Grazie alla pianta di Roma di Giovanni Battista Nolli (1692-1756), la Nuova Topografia di Roma, ultimata nel 1748 con le incisioni dello stesso Nolli e la collaborazione di Giovan Battista Piranesi e del siciliano Giuseppe Vasi da Corleone (1710-1782)[22], possiamo ora facilmente individuare l’edificio, indicato nelle didascalie col titolo di S. Sebastiano de’ Mercanti, posto nella Piazza Paganica, nel rione 11, S. Angelo, e contrassegnato nella pianta dal numero 1009 (figg. 4-5).


Fig. 4 - Giovanni Battista Nolli (1692-1756), Nuova Topografia di Roma, 1748, incisione (part.). (Si vede il rione con la chiesa del Gesù in alto a sinistra).



Fig. 5 - Giovanni Battista Nolli (1692-1756), Nuova Topografia di Roma, 1748, incisione (part.). (la chiesa di S. Sebastiano è al centro esatto dell’immagine, l’edificio isolato all’interno della piccola piazza).


In un sito on line sulle chiese di Roma[23] viene ricostruita la storia di questo edificio sacro. Apprendiamo, per esempio, che è stato ristrutturato nel primo ‘700 dall’architetto Francesco Felice Pozzoli. Ne viene descritta la struttura: non c'era una facciata vera e propria, in quanto la chiesa era inserita in un più grande edificio che occupava un intero blocco. Invece c'era una porta che conduceva in un breve corridoio che immetteva nella chiesa che aveva un orientamento est-ovest. Questa era costituita da un semplice rettangolo di quattro campate separate da pilastri di sostegno della volta del soffitto.
Nel sito, dove viene evidenziata la confusione generata dalla vecchie guide tra i palazzi che l’avrebbero inglobata, si dice che fu demolita nel 1870 e che è difficile oggi individuare esattamente il luogo originario nel contesto urbano odierno a causa delle trasformazioni della città. In ogni caso, grazie alle riprese satellitari di GOOGLE Maps è facile sovrapporre alla pianta del Nolli quella della Roma odierna e possiamo così capire esattamente dove si trovava originariamente ossia inglobata nell’edificio oggi confinante ad est con tra via Paganica,  a sud con vicolo Paganica e a nord la piccola piazza.
Se possiamo ipotizzare la rimozione di questi affreschi attorno agli anni ’70 o ’80 del XIX secolo non conosciamo a quando risale la decorazione pittorica della volta dell’edificio. Spero che la risposta possa giungere da qualche altro testo/guida di Roma al momento a me ignota.
Sarebbe importante riuscire ad avere un riferimento cronologico per queste opere per capire in quale momento dell’attività del pittore vanno ad inserirsi.
In ogni caso la conoscenza dell’iconografia di queste opere potrebbe facilitare in futuro l’individuazione di eventuali disegni o bozzetti che abbiano il medesimo soggetto.
Per quanto riguarda l’attività di incisore del Romolo ho trovato la testimonianza di un suo intervento nella decorazione del Rerum Italicarum scriptores…, un’opera in 28 volumi edita tra il 1723 e il 1751[24]: per il secondo tomo Placido Romoli disegnò cinque vignette, cioè l'ordinazione di san Pietro a sant' Apollinare (pag. 23), la donazione di Tertullo a san Benedetto (pag. 351), il giuramento di Guido e Berengario per la ripartizione di Francia e Italia alla morte di Carlo il Calvo (pag. 387), la coronazione di Berengario fatta da san Leone (pag. 425), il re Desiderio condotto in catene innanzi a Carlo Magno (pag. 495), e le lettere iniziali G, T, N, V, C. Il Vasconi incise i fregi e le lettere, meno la vignetta del re Desiderio e la lettera C (nella quale è rappresentata la Francia, co' suoi distintivi del tempo del re Carlo Magno, in atto di rompere una lancia, ch'era l'insegna dei re Longobardi), i cui rami furono intagliati dal Sintes.[25] (figg. 6-7-8-9-10).


Fig. 6 – F. Vasconi, da Placido Romoli, L'ordinazione di san Pietro a sant' Apollinare, incisione.


Fig.7  – F. Vasconi, da Placido Romoli, La donazione di Tertullo a san Benedetto, incisione.


Fig. 8 – F. Vasconi, da Placido Romoli, Il giuramento di Guido e Berengario per la ripartizione di Francia e Italia alla morte di Carlo il Calvo, incisione.


Fig. 9  – F. Vasconi, da Placido Romoli, La coronazione di Berengario fatta da san Leone, incisione.


Fig. 10 – G. B. Sintes, da Placido Romoli, Il re Desiderio condotto in catene innanzi a Carlo Magno, incisione.

A questo proposito si confronti quello che è scritto negli Atti del Convegno internazionale di Studi Muratoriani, edito nel 1975: “Placido Romoli (Messina attivo 1690-1734) pittore. Sono suoi: testata con “S. Ambrogio che celebra la messa” incisore G. B. Sintes [G. B. Sintes sculpsit Romae] (T. I, P. II, p. 203). Testata “S. Pietro e il B. Agnello” incisa da F. Vasconi in Agnelli, Liber Pontificalis (T. II, p. 23). Testata “Regina seduta, dignitari, monaco cassinese, a d. grande corte d’onore” di sapore piranesiano, incisa da F. Vasconi in Anastasius senior, Epitome Chronicorum cassinensium (ibidem, p. 351). Testata: 'Patto di Berengario' incisa da F. Vasconi in Carmen panegyricum de laudibus Berengarii (ibidem p. 387). Testata “Sovrano che si genuflette al papa nell’interno di chiesa dove è visibile la tomba di S. Pietro” incisa da F. Vasconi[26].



Fig. 11 - G. B. Sintes, da Placido Romoli, S. Ambrogio che celebra la messa, incisione.  

Dunque il Romolo svolse un’intensa attività di disegnatore per questa impresa editoriale di largo respiro verso gli anni ’20 del Settecento.
Le vignette di cui ho riportato le immagini tradiscono l’adesione a modelli accademici del classicismo marattesco e conchiano. E' importante sottolineare che in tutte queste incisioni si firma sempre "Placido Romoli".
Forse qualche altra notizia ancora sull’artista messinese potrebbe venire dall’epistolario di Innocenzo Ansaldi (1734-1816), pittore, storico dell’arte e poeta del XVIII secolo, pubblicato nel 2008[27].
Ricapitolando, Placido Romolo nasce probabilmente prima del 1690 a Messina, si trasferisce a Roma forse all’inizio del secondo decennio del Settecento e nel 1712 vince il Concorso Clementino. Svolge la sua attività presso la bottega dell’Architetto Carlo Fontana. Come compagni troverà Filippo Juvarra e Pietro Passalacqua anch’essi messinesi. Nel 1722 è ammesso alla Congregazione de’ Virtuosi del Pantheon, insieme all’architetto-incisore Filippo Vasconi ed accolto, indiscusso, alla corte del Papa Clemente VIII. Verso il 1723 realizza una serie di disegni destinati ad essere tradotti in incisione per l’edizione del  Rerum Italicarum scriptores. Contemporaneamente o successivamente affresca la volta della chiesa di  S. Sebastiano, con storie dei SS. Sebastiano e Valentino. Infine si trasferisce a Napoli, “provvisionato” alla corte di re Carlo di Borbone (re di Napoli tra il 1734 e il 1759), specializzandosi nei ritratti e in opere con la tecnica dei pastelli. È vivente almeno fino al 1740.
Per ora è tutto. Spero che questa panoramica possa servire in futuro come base di partenza per una monografia sul misconosciuto Placido Romolo (o Romoli) artista messinese del Settecento e serva da stimolo agli studiosi per più serie ricerche documentarie e d'archivio.






[1] Per una panoramica sull’arte e sugli artisti messinesi prima del terremoto del 1908 si vedano i recenti contributi di E. Natoli, La forma “assente”: decorazione messinese del primo Settecento, pp. 81-86, in Per Citti Siracusano. Studi sulla pittura del Settecento in Sicilia, a cura di G. Barbera, Messina 2012; ibidem, F. Campagna Cicala, Considerazioni sulla decorazione pittorica a Messina nel Settecento, pp. 87-95.
[2] C. Siracusano, La pittura del settecento in Sicilia, Roma 1986, p. 213.
[3] F. Titi, Descrizione delle Pitture, Sculture ed Architetture esposte in pubblico in Roma, Roma 1763, p. 92; A. Gallo, Notizie di pittori e mosaicisti siciliani o esteri che operano in Sicilia, ms. 15H18-19, XIX sec., Palermo, Biblioteca Nazionale, f. 679; P. Zani, Enciclopedia metodica critica ragionata delle belle arti, Parma 1823, vol. I, p. 16; M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IX al XIX, 2 voll., Roma 1887; U. Thieme, F. Becker, 1934, vol. XXVIII, ad vocem;  E. Benezit, Dictionnaire critique et documentaire des peintres, sculpteurs, dessinateurs et graveurs, III ed., Parigi 1976, vol IX, p. 70, ad vocem.
[4] L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani. II. Pittura, a cura di A.M. Spadaro, Palermo 1993, p. 463, ad vocem.
[5] Gallo, Notizie di pittori…, ms., cit.. Cfr., Agostino Gallo. Notizie degli incisori siciliani, a cura di D. Malignaggi, Palermo 1994, p. 71.
[6]Su Placido Campolo si veda Michele Cordaro in http://www.treccani.it/enciclopedia/placido-campolo_(Dizionario-Biografico)/. (Curiosamente viene riportato che l’incisione tratta dal suo quadro sia stata realizzata dal “Rombi”);. Siracusano1986, cit., p. 239-240; Agostino Gallo…  1994, cit., p. 71; I. Guccione, I pittori siciliani del Settecento. L’apprendistato romano, le Accademie e lo studio del disegno. L’acquisizione di nuovi modelli, pp. 33-104 in Agatino Sozzi e lo studio del disegno, a cura di D. Malignaggi, Università degli Studi di Palermo, Dipartimento Studi Storici  e Artistici, Storia del Disegno, dell’Incisione e della Grafica, Palermo 2003, pp. 70-77, con bibliografia.
[7]  Agostino Gallo… 1994, cit., p. 71.
[8] Dal sito http://www.madonnadellalettera.it/il-culto-a-messina.html
[9] Dal sito http://www.reginamundi.info/icone/lettera.asp
[10] Guccione 2003, cit., pp. 70-76.
[11] Ibidem, p. 74, fig. 11. Cfr. M. Tonor, scheda 58, in I premiati dell’Accademia 1682-1754, catalogo della mostra a cura di A. Cipriani, Roma 1989, pp. 134-135.
[12] G. Bonaccorso, T. Manfredi, I Virtuosi al Pantheon. 1700-1758, Roma 1998, p. 144.
[13] Aurora Smeriglio in http://win.messinaweb.eu/page.php?id=4
[14] Francesco Maria Niccolò Gabburri (1675-1742), Vite di pittori, ms. della prima metà del XVIII (ca. 1730-1741), in Firenze, Bibl. nazionale, Palatini E.B.9.5, voll. 4, p. 2165, IV, C208r, ad vocem Placido del Casato.
[15] Si veda in proposito la voce del Dizionario biografico degli italiani Treccani, Volume 51 (1998), a cura di G. Perini, [anche on line  http://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-maria-niccolo-gabburri_(Dizionario_Biografico)/].
[16] Su Giuseppe Porcello vedi Natoli 2012, cit., p. 86, nota 3.
[17] L’attività di pastellista viene confermata da Neil Jeffares, Dictionary of pastellists before 1800. Online edition, 1 giugno 2010. “Romoli, Placido. Messina 1690 – p. 1750, painter in Rome. According to Gabburri, he worked in oil and especially pastel, specialising in portraits; he demonstrated his great talent at the court of Carlo di Napolo in the 1740s. His “bravura nei ritratti” won him the Croce del sangue di Cristo from the Portuguese ambassador in Rome”.
[18] Roma antica e moderna: o sia Nuova descrizione di tutti gli edifici antichi e moderni, tanto sagri quanto profani della città di Roma...., presso Gregorio Roisecco, Roma 1750, vol. I, p. 307.
[19] J. Donovan, Rome ancient and modern, and its environs, Roma 1844, vol. 2, p. 300.
[20] A. Pellegrini, Itinerario o guida monumentale di Roma antica e moderna, Roma 1869, p. 478.
[21] M. Armellini, Le chiese di Roma dal IV al XIX secolo, Tipografia Vaticana 1891, http://penelope.uchicago.edu/Thayer/I/Gazetteer/Places/Europe/Italy/Lazio/Roma/Rome/churches/_Texts/Armellini/ARMCHI*/2/S.Angelo.html
[22] Su Giuseppe vasi vedi Agostino Gallo…1994, cit., pp. 90-98.

[23] http://romanchurches.wikia.com/wiki/Santi_Sebastiano_e_Valentino

[24] Rerum Italicarum scriptores ab anno aerae christianae quingentesimo ad millesimumquingentesimum, quorum potissima pars nunc primum in lucem prodit ex Ambrosianae, Estensis, aliarumque insignium bibliothecarum codicibus. Ludovicus Antonius Muratorius,... collegit, ordinavit, & praefationibus auxit, nonnullos ipse, alios vero Mediolanenses Palatini socii ad MStorum codicum fidem exactos, summoque labore, ac diligentia castigatos, variis lectionibus, & notis tam editis veterum eruditorum, quàm novissimis auxere. Additis ad plenius operis, & universae Italicae historiae ornamentum, novis tabulis geographicis , & variis Langobardorum regum, imperatorum, aliorumque principum diplomatibus, quae ab ipsis autographis describere licuit, vel nunc primùm vulgatis, vel emendatis, necnon antiquo characterum specimine, & figuris aeneis. Cum indice locupletissimo, Mediolani, ex Typographia Societatis Palatinae in Regia Curia, 1723-1751, voll. 28.
[25] Bullettino dell'Istituto storico italiano per il Medio Evo e archivio muratoriano, Edizioni 57-58, 1941, p. 180 .
[26] L. A. Muratori storiografo. Atti del Convegno internazionale di Studi Muratoriani. Olschki 1975, pp. 144-145;148.
[27] Settecento di carta: l'epistolario di Innocenzo Ansaldi, di E. Pellegrini, I.  Ansaldi, ETS, 2008, pp. 338 e 644. Sull’Ansaldi si veda  http://www.treccani.it/enciclopedia/innocenzo-andrea-ansaldi_(Dizionario_Biografico)/.