martedì 1 agosto 2023

SUL POCO NOTO PITTORE SEI-SETTECENTESCO VINCENZO BLANDINI (ante 1690-post 1712)

 

Sergio Alcamo

Alla numerosa schiera degli artisti siciliani dimenticati o poco noti attivi nell’odierna provincia di Trapani appartiene il pittore e decoratore sei-settecentesco Vincenzo Blandini (o Blandina, Blandino), riportato all’attenzione una trentina di anni fa dal compianto storico dell’arte Benedetto Patera, che sulla scorta di un documento del 1712 per un dipinto commissionato a ‘Don Vincenzo Blandina’ per l’Oratorio dei Bianchi e Monte di Pietà di Partanna (Trapani), gli ha attribuito la pala con la Crocifissione oggi al Museo Pepoli di Trapani (fig. 1)1. 

Fig. 1 - Vincenzo Blandini, Crocifissione, Trapani, Museo Pepoli (già Monte di Pietà su pegno di Partanna) (da Sarullo 1993).


La tela era stata acquistata nel 1958 dallo stesso studioso in un asta per la liquidazione dei beni del Monte di Pietà su pegno di Partanna e poi donata nel 2005 al Museo trapanese2.

Una composizione molto simile, che si conserva nel Museo Diocesano di Palermo, è stata attribuita dal Patera sempre al 'Blandina', assieme ad un’altra Crocefissione con le tre Marie ancora del Museo Diocesano, oltre ad un affresco del castello Grifeo di Partanna raffigurante Il conte Ruggero salvato a Mazara dal nobile Giovanni Grifeo (fig. 2) e ad una tela con Il Battesimo di Ruggero (fig. 3) del Museo Diocesano di Mazara del Vallo del 1712, recentemente restaurata. Patera ipotizzava che l’artista fosse un religioso e che avesse origini mazaresi.


Fig. 2 - Vincenzo Blandini (attr.), Il conte Ruggero salvato a Mazara dal nobile Giovanni Grifeo, affresco, Partanna, Castello Grifeo.


Fig. 3 - Vincenzo Blandini, Il Battesimo di Ruggero, tela, 1712, Mazara del Vallo, Museo Diocesano (particolare). 


Anche nelle scarne note del Dizionario degli artisti siciliani di Luigi Sarullo l’artista è rubricato come ‘Blandina’ ed è indicato come attivo nella Sicilia occidentale3.

Più recentemente l’attuale Direttore del Museo Diocesano di Mazara del Vallo, Francesca Paola Massara, ne ha redatto la relativa voce per il Dizionario Enciclopedico dei Pensatori e dei Teologi di Sicilia4. La studiosa lo dice nato a Mazara del Vallo nel XVII secolo e ipotizzando, come il Patera, che il 'Blandini' potesse essere un religioso, elenca una serie di sue opere: a quelle già citate (le tre Crocifissioni del Pepoli e del Museo Diocesano di Palermo, l’affresco del Castello Grifeo e la tela col Battesimo di Ruggero) aggiunge due tele raffiguranti l’Incontro tra S. Antonio abate e Paolo Eremita e il Martirio di S. Erasmo (figg. 4-5), conservate nella chiesa-museo di S. Agostino. 

Fig. 4 - Vincenzo Blandini, Incontro tra S. Antonio abate e Paolo Eremita, 1690, dipinto su tela, Salemi, chiesa-museo di S. Agostino (© Chiesa Madre Salemi. Foto di Alessandro Palermo).


Fig. 5 - Vincenzo Blandini, Martirio di S. Erasmo, 1690, dipinto su tela, Salemi, chiesa-museo di S. Agostino (© Chiesa Madre Salemi. Foto di Alessandro Palermo).


Entrambe sono datate 1690 e firmate 'Vincenzo Blandini'5. Provengono ambedue dalla non più esistente chiesa di S. Stefano. Per affinità stilistica Massara propone di ricondurre alla mano del Blandini anche la Natività già nella medesima chiesa (fig. 6). 


Fig. 6 - Vincenzo Blandini (attr.), Natività, dipinto su tela, Salemi, chiesa-museo di S. Agostino (© Chiesa Madre Salemi. Foto di Alessandro Palermo).


Per la Massara i caratteri salienti della pittura del nostro sono «l’impostazione rigorosa, una grande capacità espressiva e una speciale sensibilità prospettica; le sue opere rivestono spesso anche valore storico e documentario, immortalando le vedute topografiche di luoghi e di città con la rappresentazione di monumenti e contesti architettonici oggi scomparsi o fortemente modificati»6.

In ogni caso anche la voce curata dalla studiosa non fa luce sulle date di nascita e di morte di questo artefice e il nome della sua città natale. Inoltre non dà rilievo alla sua presumibile attività di decoratore. Da altre fonti (che non mi è stato possibile verificare) si apprende, infatti, che il nome del pittore sarebbe legato alla prima decorazione ad affresco della chiesa Madre di Carini. «Un primo intervento pittorico fu quello dei primi anni del ‘700 di Vincenzo Blandina, artista poco conosciuto, attivo nella Sicilia occidentale, al quale sono documentati diversi pagamenti per avere eseguito, secondo lo stile tardo barocco dell’epoca, alcune decorazioni all’interno della Chiesa. Non sono rimaste però, testimonianze di queste pitture, ad eccezione di alcuni frammenti visibili nella cappella di S. Rosalia»7. Ho cercato tracce di tali affreschi ma mi è stato riferito che non esiste una cappella di S. Rosalia nella Madrice chiesa. Come che sia parrebbe che l’artista si sia limitato a decorare tutta la chiesa con «rabeschi e pitture in bianco e nero»8.

Sempre a Carini nei primi anni del XVIII secolo il pittore ‘Vincenzo Blandino’ questa volta assieme al collega Giuseppe Brusca è impegnato ad affrescare la chiesa del convento del Carmine9. In questo caso non ho potuto verificare personalmente ma da quanto ho letto in alcuni siti WEB la chiesa ha subito diverse modifiche nel corso dei secoli con la conseguente perdita delle decorazioni del nostro.

Per ricapitolare fino ad ora sono tre le opere firmate e datate di Vincenzo Blandini: le due tele di Salemi del 1690 e quella del Museo di Mazara del 1712. Un’altra composizione sempre del 1712 è documentata (la Crocifissione già a Partanna). Tra quelle attribuite su base stilistica la Natività di Salemi è quella che più si avvicina alla mano dell’artista, mentre l’affresco del Castello Grifeo è da espungere quasi certamente dal suo catalogo. La Nastasi lo data peraltro 177710.

Il fatto è che dal punto di vista dello stile tutte le opere fin qui rintracciate mostrano notevoli differenze stilistiche. È anche vero che le pessime condizioni della tela con il Martirio di s. Erasmo non consentono di poterla giudicare correttamente, sebbene si possono notare alcuni stilemi tardo-manieristi con influenze da Vincenzo La Barbera. L’altra tela con l’Incontro tra S. Antonio abate e Paolo Eremita, il cui stato di conservazione è sicuramente migliore, mostra talune dipendenze dallo Zoppo di Gangi ed è più incline ad un gusto classicista.

Per quanto concerne invece la più tarda composizione di Mazara col Battesimo di Ruggero lo stile è molto incerto e malsicuro, quasi vernacolare, con la tendenza ad allungare le silhouettes delle figure; il disegno è privo di correttezza e grazia; forse solo le tinte calde e accese hanno qualche pregio. Se pensiamo che nello stesso anno dipingeva la Crocifissione per l’Oratorio dei Bianchi di Partanna ci accorgiamo immediatamente di quanto discontinuo fosse il suo modo di dipingere.

Ad ogni modo le tele salemitane permettono di retrodatare il periodo di attività del pittore, ossia prima del 1690, e vanno ad anticipare conseguentemente anche la data di nascita dell’artista, collocabile presumibilmente prima del 1670.

Certamente fu un artista itinerante. Difficile dire se ciò sia dipeso dal fatto che fosse una religioso o solo perché attraverso una serie di contatti e conoscenze riuscì a conquistarsi delle commissioni anche lontano dalla città natia da riconoscere forse in Mazara.



1 «A dì 21 apr. 1712 onze 2 a don Vincenzo Blandina pittore per un quadro del Crocefisso nel nuovo Oratorio dei Bianchi e Monte di Pietà», B. Patera, Partanna, 1970.

2 A. Filippi in «Giornale di Sicilia» del 05/10/2009, p. 20.

3 L. Romeo, in L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani. II. Pittura, a cura di A.M. Spadaro, Palermo 1993, p. 39, ad vocem.

4 F. P. Massara, ad vocem, in Dizionario Enciclopedico dei Pensatori e dei Teologi di Sicilia dalle origini al sec. XVIII, a cura di F. Armetta, S. Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2018, II, pp. 675-676.

5 Pubblicate in http://www.matricesalemi.blogspot.it/p/beni-ecclesiastici.html sito web a cura di don Alessandro Palermo.

6 Massara, cit., p. 676.

8 “Nei primi anni del 1700 il compito di decorare la chiesa venne affidato al pittore Vincenzo Blandino, il quale con rabeschi e pitture in bianco e nero affrescò tutta la Chiesa Madre. La navata centrale fu affrescata da Giuseppe Testa tra il 1759 ed il 1815”, già in http://www.chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/AccessoEsterno.do?mode=guest&type=auto&code=69517&Chiesa_di_Maria_Santissima_Assunta__Carini

9 «Nei primi anni del 1700 i pittori Vincenzo Blandino e Giuseppe Brusca affrescarono la chiesa», G. B. Vaglica, Gli organi antichi nel territorio monrealese, Associazione artistico-musicale "Ignazio Sgarlata", Palermo, Augustinus, 1991, p. 85. Su tale Giuseppe Brusca, altro pittore dimenticato, non ho recuperato al momento ulteriori notizie.

10 V. Nastasi, Partanna terra et castrum, Alcamo (TP), Arti Grafiche Campo s.r.l. 2001, p. 49.

giovedì 20 gennaio 2022

UN DISEGNO ATTRIBUITO AL PITTORE TRAPANESE SEICENTESCO GIACOMO LO VERDE (1606-1649)

 

Sergio Alcamo

 

 

In un’asta fiorentina Pandolfini del 2018[1] è stato presentato un disegno a matita nera su carta vergellata (170x280 mm) raffigurante uno Studio per battaglia (fig. 1) che sulla scorta di un’inscrizione non coeva (fig. 2)[2] è stato proposto con un’attribuzione al pittore trapanese Giacomo Lo Verde (Trapani, 1606-Palermo, 1649).

 

 fig. 1 - Giacomo Lo Verde (attr.), Studio per battaglia, disegno, Asta Pandolfini Firenze, 3 Ottobre 2018 (da https://www.anca-aste.it/it/asta-0200/attribuito-a-giacomo-lo-verde.asp).


fig. 2 - Iscrizione non coeva sul disegno precedente 'Giacomo Lo Verde'

 

 

Non è certo se il foglio, di cui la casa d'aste ignora la provenienza[3], sia un autografo di questo ancora poco studiato maestro siciliano, allievo prediletto del più celebre Pietro Novelli (Monreale, 1603-Palermo, 1647), che secondo la tradizione lo ritrasse accanto a sé nella Benedizione dei pani a Monreale (Convitto Guglielmo)[4]. 

Del Lo Verde si conoscono al momento alcune prove grafiche conservate alla Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis[5], anche se probabilmente non tutte sono di sua mano; quel che è certo è che l’iscrizione presenta la medesima grafia di alcuni disegni già nella raccolta di grafica del barone Pietro Sgadari di Lo Monaco (Palermo, 1907-1957), ricca di esemplari di artisti siciliani[6].

Tra questi il collezionista possedeva un foglio da lui affibbiato al nostro e raffigurante S. Giovanni Battista (fig. 3)[7] che presenta in basso un’iscrizione (fig. 4) della stessa mano dell’esemplare della vendita fiorentina.


 fig. 3 - Giacomo Lo Verde (attr.), S. Giovanni Battista, disegno, già Palermo, coll. Sgadari di Lo Monaco (da Sgadari di Lo Monaco 1940).


fig. 4 - Iscrizione non coeva sul disegno precedente 'Lo Verde'


Difficile stabilire se anche questo altro studio sia di mano del pittore trapanese. Molte delle attribuzioni proposte dallo Sgadari di Lo Monaco nel proprio volume non hanno superato il vaglio della moderna connoisseurship e sono state dirottate su altri artefici.

Ad ogni modo, ritengo plausibile che il anche foglio con lo Studio per battaglia si trovasse in origine in questa raccolta palermitana.

Conosciuto per lo più per le grandi pale d'altare di soggetto sacro, in una postilla al manoscritto del Mongitore si dice che il Lo Verde fosse «celebre nel delineare battaglie»[8]. Non è stato ancora individuato un dipinto da cavalletto illustrante tale soggetto a lui riferibile; non è tuttavia da escludere una correlazione tra il tema del disegno e la scena di battaglia che era presente nell'arco trionfale eretto a Palermo nel 1641 per l’ingresso del viceré Alonzo Enriquez de Cabrera di cui rimane a ricordo l'intaglio di Pietro del Po’ su disegno dell'ideatore di quell'apparato effimero, Pietro Novelli (fig. 5)[9]. 

 

Fig. 5 - Pietro Del Po' su disegno di Pietro Novelli, Arco trionfale eretto a Palermo per l’ingresso del viceré Alonzo Enriquez de Cabrera, incisione, 1641 (in G. SPUCCES, Mercurio Panormeo..., Palermo 1641) https://iris.unipa.it/retrieve/handle/10447/95289/134270/Testo%2C%20Immagine%2C%20Luogo%20%28Pietro%20Novelli%29_Giuseppe%20Antista.pdf.

 


Sappiamo che proprio al Lo Verde spettò la decorazione pittorica dell'apparato[10]. Il nostro potrebbe essersi ispirato a tale prototipo o - perché no - potrebbe anche aver suggerito al suo maestro Novelli una prima idea, uno spunto iconografico per il soggetto di battaglia da illustrare. 

In assenza di altri elementi più dirimenti in questa sede mi limito a rendere noto il disegno agli studiosi del Seicento siciliano confidando in suggerimenti e proposte.

 



[1] Opere su carta: disegni, dipinti e stampe dal XV al XIX secolo, lotto 50, Attribuito a Giacomo Lo Verde, Firenze, Mercoledì 3 Ottobre 2018 https://www.anca-aste.it/it/asta-0200/attribuito-a-giacomo-lo-verde.asp

[2] Iscrizioni: ‘Giacomo Lo Verde’ a penna sul recto in basso a sinistra; scritta a penna non leggibile sul verso.

[3] Dalle informazioni reperibili nel sito WEB della casa d’aste si apprende che sul verso è presente un timbro non identificato.

[4] Sul Lo Verde P. Sgadari di Lo Monaco, Pittori e scultori siciliani dal Seicento al primo Ottocento, Libreria Agate, Palermo 1940, pp. 72-73; G. Agosta, Due eccellenti Pittori Trapanesi dei secoli XVII e XVII. Giacomo Lo Verde e Domenico La Bruna, in «Trapani. Rassegna mensile della Provincia», Anno II, n. 5, 15 maggio 1957, pp. 13-17, in part. pp. 13-15. S. Grasso, Dipinti inediti di Giacomo Lo Verde, in «Beni culturali e ambientali», Anno IV, 1983, n. 1-2-3-4, pp. 107-122 (con bibliografia); V. Zoric, Lo Verde Giacomo, in L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani. Pittura, II, a cura di M. A. Spadaro, Palermo 1993, pp. 305-306. Per un elenco delle sue opere si rinvia a https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Lo_Verde 

[5] «Sempre del Lo Verde, inoltre, presso la G.R.S. si conservano alcuni disegni, interessanti, se pure caratterizzati da un certo accademismo romano», Zoric, Lo Verde Giacomo cit., p. 306.

[6] Per informazioni sul collezionista e la sua raccolta di grafica si veda D. Malignaggi, Storiografia e collezionismo fra Settecento e Ottocento, in V. Abbate, Maestri del Disegno nelle collezioni di Palazzo Abatellis, catalogo della mostra, Sellerio, Palermo 1995, pp. 68-85, in part. pp. 77-78.

[7] Sgadari di Lo Monaco, Pittori e scultori siciliani cit., Tav. XVIII.

[8] Zoric, Lo Verde Giacomo cit, p. 306. 

[9] C. Oliva, scheda V, 7 - Del Po, Pietro. Arco trionfale del viceré Cabrerà, in Pompa Magna. Pietro Novelli e l'ambiente monrealese, a cura di G. Davì e G. Mendola, [s.l., s.n.], Grafica Editoriale, Messina 2008, PIT 19 - Alto Belice Corleonese, Comune di Piana degli Albanesi, p. 136.

[10] Ibidem.

































lunedì 10 gennaio 2022

UN MODELLO INCISORIO DEL SENESE ANDREA MARELLI PER L’ANONIMA ASCENSIONE DI CRISTO DELLA CHIESA DI S. NICOLA A TRAPANI.

 

Sergio Alcamo 


Nella chiesa parrocchiale di S. Nicola a Trapani si conserva un grande dipinto su tavola (430 x 300 cm) di autore anonimo della seconda metà XVI secolo raffigurante l’Ascensione di Cristo (fig. 1). Ora confinato nella cappella a destra del transetto molto probabilmente fungeva da pala dell’altare maggiore del medesimo edificio ecclesiastico presumibilmente da quando il suo artefice lo dipinse fino al 1743 quando è citato in una relazione dell’Archivio Parrocchiale della Chiesa di San Nicola. A quella data adornava un altare laterale. Sul quarto della navata sinistra lo ricordava Benigno da S. Caterina (1810). 

Il tempio infatti era dedicato originariamente all’Ascensione. Mutò il titolo con quello di San Nicola alla fine del XIV secolo.

Lo spostamento dovette avvenire prima dei lavori di ristrutturazione settecenteschi della chiesa ad opera di Giovan Biagio Amico, iniziati nel 1749 e conclusisi nel 1754.

La studiosa Eleonora Tardia, nell’unica e recente scheda dell’opera[1], oltre a ricostruirne le vicende all’interno della chiesa, riferiva che la storiografia locale, a iniziare da Giuseppe Maria Di Ferro, indicava nella tavola in esame una copia da un quadro originale del celebre pittore marchigiano Federico Zuccari, operante a Roma nel corso della seconda metà del XVI secolo. La stessa acutamente affermava che l’anonimo artefice del nostro dipinto potrebbe non aver conosciuto l’opera dello Zuccari ma «avrebbe potuto desumerne i caratteri stilistici attraverso lee molte stampe in circolazione all’epoca». Inoltre aggiungeva che «Tuttavia non essendo possibile identificare a quale opera dello Zuccari il Di Ferro si riferisca e in assenza di termini di paragone di tipo compositivo, è lecito ipotizzare un errore d’attribuzione, equivoco plausibile considerata la grande fama dell’autore a quel tempo».     

La Tardia riporta dunque la tavola nel contesto della «coeva produzione pittorica siciliana di matrice polidoresca derivante dalla contingenza del tardo manierismo tosco-romano» e a quella «cultura artistica sottesa all’opera, legata agli influssi romani diffusi in Sicilia dall’attività di Vincenzo degli Azani da Pavia, dello stesso Polidoro da Caravaggio e dei suoi epigoni, interpreti delle novità di radice zuccaresca».

Fino ad ora non era stato individuato un preciso modello incisorio seguito dall’anonimo artefice. 

Credo invece che tale prototipo grafico vada riconosciuto in un bulino del poco noto incisore senese Andrea Marelli (fig. 2) realizzata sicuramente entro il 1577, data di morte del Lafrery editore del citato intaglio[2]. Il 1577 costituisce così un importante terminus ante quem per la tavola in esame.

Al momento di questo me ne sono noti due esemplari: un foglio «di buona qualità e di ottima tiratura», di collezione privata[3] e l’altro delle collezioni di grafica del British Museum (inv. 1874,0808.1965) grazie al quale conosciamo le dimensioni ( 421 mm x 347 mm).

Il museo britannico conserva anche due esemplari di una Incoronazione della Vergine tra angeli musici e altrettanti fogli del frontespizio del volume Imagines et elogia virorum illustrium ex antiquis lapidibus di Fulvio Orsini, stampato a Roma nel 1570.

Rispetto alla stampa l’autore del quadro trapanese ha apportato talune varianti, soprattutto nel paesaggio, totalmente modificato, con l’inserimento in basso al centro di una figura femminile, forse la Madonna, e in alto, sopra la figura di Cristo, di una schiera di cherubini.

Nonostante sia stato restaurato nel 2004, bisogna dire che il quadro versa in pessime condizioni di leggibilità dato che è totalmente ridipinto; per cui è molto difficile distinguere ciò che vi rimane di materia pittorica originaria rispetto agli interventi successivi. E in codeste condizioni formulare una qualsiasi ipotesi attributiva risulterebbe alquanto azzardato.

Per quanto riguarda l’incisore Marelli le notizie sono scarne.[4] Per il Nagler fu operante a Roma dal 1567 al 1572.

Da uno studio più ampio di Ilaria Andreoli apprendiamo che fu allievo di Giorgio Ghisi e che aveva firmato le tavole del Del Perfetto Scrittore di Giovan Francesco Cresci, pubblicato a Roma nel 1570. Dello stesso autore aveva inciso assieme, al cremonese Francesco Aureri, le tavole xilografiche della prima edizione dell’Essemplare di più sorti di lettere, stampata a spese dell’autore a Roma da Antonio Blado nel 1560.

Partecipò anche alla sontuosa edizione delle Imagines et elogia virorum illustrium ex antiquis lapidibus di Fulvio Orsini, del 1570, le cui «tavole calcografiche vennero incise a Roma, nella bottega di Antoine Lafréry, mentre quelle xilografiche, che perlopiù contengono del testo, a Venezia, presso il Deuchino, come si deduce dal frontespizio (“Romae Ant. Lafrerij Formis”) e dal colophon (“Venetiis MDLXX in aedibus Petri Dehuchini, Galli”)».

Per concludere auspichiamo un nuovo intervento di restauro con le più moderne tecniche diagnostiche in modo da individuare eventuali disegni sottostanti, firme, e quant’altro sia utile per la conservazione ottimale del manufatto, e un intervento di pulitura per eleminare le numerose ridipinture recuperando ciò che di originale ancora si conserva.



fig. 1 - Anonimo della seconda metà del XVI secolo, Ascensione di Cristo, tavola, post 1577, Trapani, chiesa Parrocchiale di S. Nicola (da Jesus Hominum Salvator 2009).

 


fig. 2 - Andrea Marelli, Ascensione di Cristo, incisione a bulino, post 1577, da  http://panizzi.comune.re.it/allegati/CataDavoli_RaffaelloWEB.pdf



[1] Eleonora Tardia, scheda 18, Ascensione, in Jesus Hominum Salvator. La vita di Cristo nell’arte trapanese dal XV al XIX secolo, catalogo della mostra (Trapani, Chiesa di Sant’ Agostino, 4 luglio-31 ottobre 2009) a cura di A. Precopi Lombardi, P. Messana, Meeting Point, Erice 2009, pp. 112-114 (con bibliografia).

[2] Raffaello e l’incisione europea dal Cinquecento all’Ottocento, catalogo della mostra, Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi/Sala PianoTerra, 8 febbraio-5 aprile 2020, a cura di Z. Davoli e C. Panizzi, BIBLIOTECA PANIZZI 2020, p. 30 e p. 31, n. 35. http://panizzi.comune.re.it/allegati/CataDavoli_RaffaelloWEB.pdf

[3] Ibidem.

[4] Ilaria Andreoli, “A Parisian in Venice”. Per Pietro Deuchino “parisiensis, impressor librorum et fusor characterum”, in Renaissance, Kunst texte.de, 2/2017 – 1, p. 26, nota 33, e p. 30, nota 53.

martedì 29 agosto 2017

LA MADONNA DEI RACCOMANDATI DI VITO D’ANNA AD ACIREALE: DERIVAZIONI DA UN PROTOTIPO DI CARLO MARATTA.

SERGIO ALCAMO

Tra le prime opere di Vito D’Anna (Palermo, 1718-1769), il maggior frescante siciliano del Settecento[1], le fonti ottocentesche[2] citano un affresco riproducente la Madonna dei Raccomandati (fig. 1) nella chiesetta della contrada omonima ad Acireale[3].


Fig. 1 - Vito D’Anna, Madonna dei Raccomandati, affresco, 1740-1744 circa, Acireale, chiesetta dei Raccomandati (da http://www.fancityacireale.it/wordpress2/piccola-storia-di-jaci-contrada-raccomandati/).

Tale pittura murale ancora in situ sarebbe stata realizzata durante l’apprendistato presso la bottega del pittore Pietro Paolo Vasta (Acireale, 1697-1760) conclusosi nel 1744. L’iconografia richiama quella della Madonna della Mercede o della Misericordia, con la Vergine Maria raffigurata in piedi mentre allarga il proprio mantello per accogliervi, al di sotto, i fedeli inginocchiati[4].
L’affresco acese, assai rovinato ed in parte ridipinto, riproduce un tale schema con ai piedi della Madonna alcuni fedeli laici in posizione più arretrata mentre in primo piano troviamo due figure di santi che dalla foto a nostra disposizione non riusciamo ad identificare ma che verosimilmente appartengono a quegli ordini religiosi che più degli altri sono devoti alla Madonna della Mercede (Domenicani, Carmelitani, Gesuiti)[5].
Non conosciamo la datazione esatta di esecuzione dell’affresco, che la critica tende a collocare approssimativamente tra il 1740 e il 1744, mentre ci sembra di poter affermare che il modello cui ha guardato il giovane palermitano sia la tela della Nuestra Señora del Gonfalón (fig. 2) dipinta da Carlo Maratta (o Maratti) (Camerano, 15 maggio 1625 - Roma, 15 dicembre 1713) per la chiesa di Santa Eulalia di Palma di Maiorca[6]. 


Fig. 2 - Carlo Maratta, Nuestra Señora del Gonfalón, olio su tela, 1656, Palma di Maiorca, chiesa di Santa Eulalia (da http://fabian.balearweb.net/post/42495).

Tra le opere meno note dell’artista ma ben documentata, sappiamo che fu commissionata nel 1656 e terminata nello stesso anno al costo di 160 scudi e 32 soldi.
Escludendo per ovvie ragioni la visione diretta da parte di Vito della tela ipotizziamo per contro la conoscenza di una qualche prova grafica del celebre maestro, come ad esempio il foglio della Wallace Collection di Londra (fig. 3) che ha tutta l’aria di essere strettamente correlabile alla composizione spagnola[7].


Fig. 3 - Carlo Maratta, La Vergine della Mercede con i Santi Bonaventura ed Eulalia, disegno,1656 circa, Londra, Wallace collection (da http://wallacelive.wallacecollection.org/eMuseumPlus?service=ExternalInterface&module=collection&objectId=65708).

Sappiamo dal Vigo, biografo del Vasta, che quest’ultimo recò con sé dal suo lungo soggiorno di formazione nel continente (Roma, Torino, Napoli) numerosi disegni, oltre a stampe, gessi e dipinti[8]. Forse uno di questi fogli - magari non originale del Maratta ma, come osservava la Siracusano, esercitazioni dello stesso Vasta o di altri artisti scolari del maestro di Camerano - potrebbero essere stati presi a modello dal D’Anna per la sua autonoma seconda impresa giovanile ad affresco[9].
Considerando tuttavia l’assoluta similitudine di alcuni colori (il manto azzurro e la veste rossa della Vergine, il manto giallo-arancio della Santa Eulalia) non si può escludere che il D’Anna possa aver guardato ad un bozzetto (originale?) o ad una copia in scala dello stesso Vasta, al momento irrintracciabile: lo proverebbe l’assenza nel dipinto spagnolo della figura dell’angioletto in primo piano che invece presenzia nel disegno londinese.
Il giovane Vito ha apportato alcune notevoli varianti al modello sostituendo le figure di Bonaventura ed Eulalia con quelle degli altri due santi ed eliminando il corteo angelico che attornia Dio padre. Di contro l’immagine della santa spagnola viene recuperata in controparte e retrocessa nelle seconde file, assumendo l’aspetto di una semplice fedele. Infine la Vergine invece che su una nuvola sta su un piedistallo parallelepipedo liscio e contraddistinto da leggere modanature.
Le cattive condizioni dell’affresco non permettono di giudicarlo correttamente tuttavia, come osservava la Siracusano, «il D’Anna si mostra sotto l’influenza del Vasta e sostanzialmente ne ripete le idee che deformano provincialmente il classicismo romano da Domenichino a Maratta»[10].




[1] Per un ragguaglio sull’artista si vedano almeno: M. G. Paolini, D’Anna Vito, ad vocem, in Dizionario Biografico degli Italiani, con bibliografia fino al 1985; C. Siracusano, La pittura del Settecento in Sicilia, Roma 1986, pp. 270-281; I. Guccione, Vito D'Anna (1718-1769): identità di un artista, Università degli studi di Palermo, Facoltà di lettere e filosofia, Dottorato di ricerca in storia dell'arte medievale, moderna e contemporanea in Sicilia, 18. Ciclo, tutor Diana Malignaggi; coordinatore Maria Concetta Di Natale, Anno accademico 2006/2007 (con bibliografia). Da ultimo: M. La Monica, Vito D’Anna pittore rococò tra sacro e profano, Palermo 2012. Rinvio inoltre ai miei contributi on line su questo stesso Blog: OLIVIO SOZZI A CASTELVETRANO: NUOVE IPOTESI ATTRIBUTIVE SULLA MADONNA DEGLI AGONIZZANTI DI VITO D’ANNA, del 9 aprile 2014, (in http://spigolaturediartesiciliana.blogspot.it/2014/04/ncora-sulla-madonna-degli-agonizzanti.html); E’ DI VITO D’ANNA L’AFFRESCO DELLA SAGRESTIA DELLA CHIESA DI S. FRANCESCO DI PAOLA A PALERMO?, del 6 agosto 2014 (in  http://spigolaturediartesiciliana.blogspot.it/2014/08/e-di-vito-danna-laffresco-della.html).
[2] L. Vigo, Memorie di P. Paolo Vasta, pittore di Acireale, Palermo 1827, p. 61.
[3] «Nel 500′ la contrada “Raccomandati” è già presente nel bosco di Jaci nella pertinenza di Palombaro, zona destinata in enfiteusi da Mons Nicolo’ Caracciolo vescovo di Catania. Inizialmente vi era un edicola dove i coniugi Biagio e Speranza Catanzaro con atto pubblico del 1629 vi fondarono una cappellania laicale di cui l’ultimo investito fu il Sac. Domenico Catanzaro, con decreto del 1 marzo 1837 dal vescovo Domenico Orlando. La Cappella viene danneggiata dal terremoto del 1693 e ristrutturata nei primi anni del 700′. Nel 1740 il pittore Vito D’Anna affrescò l’immagine della Madonna», Piccola Storia di Jaci - Contrada “Raccomandati”, Set 15, 2015 (http://www.fancityacireale.it/wordpress2/piccola-storia-di-jaci-contrada-raccomandati/).
[4] Per un veloce tratteggio di tale iconografia si veda: “Madonna della Mercede”, già in (https://it.wikipedia.org/wiki/Madonna_della_Mercede).
[5] Forse la figura femminile a sinistra si può identificare con Santa Caterina da Siena o una santa monaca domenicana (Rosa da Lima?), mentre in quella di destra si potrebbe riconoscere San Camillo de Lellis, fondatore dell'Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi (Camilliani).
[6] Sulla composizione del Maratta (olio su tela, m. 3,10 x 2,30): F. Sureda Trujillo, UNA OBRA DE MARATTA EN PALMA: LA VIRGEN DEL GONFALON, in «Mayurqa», IX, 1972, pp. 155-156.
[7] Il disegno della Wallace collection di Londra è visibile nel sito web del Museo in (http://wallacelive.wallacecollection.org:8080/eMuseumPlus;jsessionid=2E44F57B35DAF812C076378E2359DA03.node1?service=direct/1/ResultDetailView/result.inline.lightbox.t1.collection_lightbox.$TspTitleImageLink.link&sp=13&sp=Sartist&sp=SelementList&sp=0&sp=0&sp=999&sp=SdetailView&sp=0&sp=Sdetail&sp=1&sp=T&sp=0&sp=Slightbox_3x4&sp=0&sp=T&sp=0).
[8] Vigo 1826, cit., p. 14. Il Vigo riferiva che presso Giuseppe Greco, un pittore allievo di Giuseppe Velasco, stavano - tra gli altri - circa trenta disegni del Maratta. Cfr.: Siracusano 1986, cit., p. 244, nota 18.
[9] Una prima opera, con questa tecnica, una Pietà firmata e datata 1734, è ricordata sempre dal Vigo (1827, cit., pp. 60-61), mentre un S. Vito era ubicato presso la chiesa di S. Biagio ad Aci S. Antonio ed oggi scomparso.
[10] Siracusano 1986, cit., p. 270.