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domenica 17 settembre 2023

SU CARLO BRUNETTI, TRASCURATO PITTORE SICILIANO DEL XVIII SECOLO

 Sergio Alcamo


In queste pagine si tratterà di un ulteriore artista poco indagato dalla letteratura specialistica che molto probabilmente fu siciliano e sicuramente attivo ad Alcamo (e forse anche a Trapani) nella seconda metà del Settecento.

Mi riferisco a tal Carlo Brunetti, che risulta citato per la prima volta in un documento conservato nell’Archivio parrocchiale della chiesa alcamese dei SS. Paolo e Bartolomeo1: nel Libro III dei Conti al foglio 64 si legge «A 7 Gennaio 1761: onze 7 e tt. 25 pagati a Carlo Brunetti Pittore, cioè onze 4,15 per avere fatto diversi quadri nel fonte battesimale a mandato ed apoca in detto Notaio Stefano De Blasi»2.

Purtroppo dell’artefice non viene specificato il patronimico né il luogo di provenienza.

Possiamo tuttavia ipotizzarne origini siciliane e più precisamente palermitane stando a quanto riferito dal Canonico trapanese Fortunato Mondello, che menziona un ‘Brunetti’ nel suo manoscritto del 1900 come collaboratore di Domenico La Bruna (Trapani, 1699-1763) ai dieci quadri con la Passione eseguiti per l’Oratorio della Ficarella a Trapani: «Nell’elegante Oratorio della Ficarella si osservano dieci quadri della Passione, lavorati col Brunetti, palermitano, pittore di buon gusto»3.

L’Oratorio della Ficarella, o meglio, Oratorio della Mortificazione del Crocifisso, è situato in via Orfani, all’angolo sud-orientale della Chiesa di San Domenico. È una cappella che era frequentata dagli appartenenti all’omonima confraternita che si sottoponevano alla mortificazione del corpo. Realizzato tra il 1715 e il 1730 (o 1730-1732 ca.) su progetto dell’architetto trapanese Giovanni Biagio Amico (1684-1754)4, tale ambiente è preceduto da un vestibolo e ha una copertura con volta a botte ribassata ornata da dipinti e stucchi, mentre le pareti sono rivestite da decorazioni lignee con colonne e lesene, festoni, fiori, frutti e conchiglie. Ad arricchire il tutto delle tele raffiguranti episodi della Passione di Cristo, alcune delle quali sono state rubate in passato.

Purtroppo non ho potuto studiare personalmente i dipinti superstiti per appurare eventuali differenze di stile che potessero suggerire la mano di tal 'Brunetti'.

È pur vero che Mondello cita l’artista solo col cognome, mentre in un altro manoscritto precedente datato 1812, quello di un altro trapanese, padre Benigno da Santa Caterina, se ne specifica anche il nome che però è ‘Vincenzo Brunetti’5.

Si tratta solo di una svista? Padre Benigno peraltro fa riferimento al pittore a proposito dell’Oratorio del Belvedere sito all’interno del convento agostiniano di S. Maria dell’Itria e non di quello domenicano succitato della Ficarella: «63 - Quarto: Nel primo piano di detto Convento [dell’Itria, n.d.a.] si vede un altro devotissimo Oratorio, dedicato alla Vergine Santissima sotto titolo di Belvedere; va detto Oratorio tutto abbigliato di varij Quadri rappresentanti la Storia di Maria Santissima e sono, cioè: la Concezione, la Nascita, l’imposizione del nome di Maria, la presentazione al tempio, l’Annunciazione, la Visitazione di Maria a Sant’Elisabetta, la nascita del Bambino Gesù, la Purificazione di Maria Santissima, la fuga in Egitto, la Morte di Maria Santissima. E finalmente nel tetto un Quadrone coll’Assunzione di Maria Santissima opera tutti del celebre Sacerdote Domenico La Bruna, e stante la di lui Morte terminati dal Pittore Palermitano Don Vincenzo Brunetti. In questo Oratorio vi si conserva il Perpetuo, per commodità dei Religiosi»6.

A meno che l’errore non stia invece nel manoscritto del citato Mondello. In tal caso saremmo di fronte a due distinte personalità artistiche.

A complicare ancor di più la questione è l’esistenza di un ulteriore pittore col medesimo cognome ma dal nome differente: tal Giovan Battista Brunetti, registrato da Giuseppe Maria Di Ferro nella sua Guida per gli stranieri in Trapani del 18257. Anche Luigi Sarullo nel suo Dizionario degli artisti siciliani indica quest’ultimo come trapanese (forse sulla scorta del Di Ferro) e vissuto come Carlo, al quale pure egli dedica una breve voce, nel XVIII secolo8.

Ad ogni modo, se le opere dell’Oratorio del Belvedere furono terminate alla morte del La Bruna (avvenuta a Trapani il 19 giugno 1763) è evidente che l’intervento del Brunetti (Vincenzo o, più probabilmente, Carlo!), è da datare attorno a questo anno e, dunque, successivi di poco ai lavori eseguiti ad Alcamo. 

Per contro la decorazione dell’ambiente dell’altro oratorio, quello della Ficarella, questa potrebbe essere antecedente a tali lavori e quindi si potrebbe prospettare l’apprendistato del Brunetti presso il La Bruna attorno agli anni trenta del Settecento.

Ricordiamo peraltro che il La Bruna lasciò diverse opere in Alcamo e in particolare dipinse il ciclo di affreschi nell'oratorio del Santissimo Crocifisso all'interno del complesso gesuitico (1738).

Per tornare all’intervento pittorico certo di Carlo Brunetti nella chiesa dei SS. Paolo e Bartolomeo nella cittadina alcamese esso consiste nella decorazione ad affresco della piccola cappella del battistero dove sulla volta sta «il simbolo del divino Paraclito che emana una splendida luce d’oro, tra un coro di angeli in mezzo a nuvole» (fig. 1), mentre la personificazione allegorica della Fede «che tiene in una mano la croce sostenuta da un Angelo e, nell’altra, un calice» (fig. 2) è nella parete interna a destra del fonte battesimale e nella parete opposta un altro affresco raffigura due angioletti.



 Fig. 1 - Carlo Brunetti, Lo Spirito Santo Paraclito, affresco, 1761, Alcamo, chiesa SS. Paolo e Bartolomeo, cappella del fonte battesimale (foto S. Alcamo).



 Fig. 2 - Carlo Brunetti, Allegoria della Fede, affresco, 1761, Alcamo, chiesa SS. Paolo e Bartolomeo, cappella del fonte battesimale (foto S. Alcamo).

Completa il tutto la tela9 dalla cornice mistilinea che decora la parete di fondo illustrante l’episodio del Battesimo di Cristo (fig. 3), purtroppo assai annerita e compromessa da evidenti e pesanti ridipinture successive. Anche gli affreschi laterali sono stati ‘restaurati’ dal pittore locale sacerdote Francesco Alesi nel 192710.



 Fig. 3 - Carlo Brunetti, Battesimo di Cristo, tela, 1761, Alcamo, chiesa SS. Paolo e Bartolomeo, cappella del fonte battesimale (foto S. Alcamo).


Modelli classicisti emiliani e romani sono riscontrabili in questo intervento decorativo. Il Battesimo ad esempio riprende con qualche variante il celebre prototipo di Francesco Trevisani (1656-1746) dipinto nel 1723 (ora a Leeds, West Yorkshire, Temple Newsam House, Leeds Museums and Galleries) e noto anche attraverso incisioni (fig. 4).



 Fig. 4 - Francesco Trevisani, Battesimo di Cristo, tela, 1723, Leeds, West Yorkshire, Temple Newsam House, Leeds Museums and Galleries, da https://www.meisterdrucke.it/stampe-d-arte/Francesco-Trevisani/903178/Il-battesimo-di-Cristo.html


Non è da escludere che il Brunetti conoscesse una copia o un disegno o addirittura un bozzetto originale di questa pittura: si dà il caso infatti che poco tempo prima il più celebre collega palermitano Vito D’Anna (Palermo, 1718-1769) si soffermava sullo stesso modello producendo alcune idee grafiche rintracciate recentemente da Maria Viveros al Department of Prints and Drawings del British Museum di Londra, per una propria composizione incentrata sul medesimo tema e destinata alla chiesa palermitana di S. Giovanni all’Origlione licenziata verso il 1756 (fig. 5)11.



 Fig. 5 - Vito D’Anna, Tre studi per un Battesimo di Cristo, disegno, 1756 ca., Londra, British Museum, Department of Prints and Drawings, da https://www.britishmuseum.org/collection/object/P_1946-0713-1259-a



Dal che si può dedurre che forse il Brunetti Carlo avesse davvero origini palermitane e che per qualche tempo frequentò la bottega del D’Anna. Quest’ultimo apportò notevoli varianti compositive; più simile al prototipo, invece, benché molto più semplificato e ridotto all’essenziale, la piccola tela del pittore attivo ad Alcamo.

Come ipotizzato da Calia, con molta probabilità è da ascrivere al nostro anche il Ritratto del parroco S.T. D. Antonio Alfano De Ferro (1758) conservato nella sagrestia della medesima chiesa dei SS. Paolo e Bartolomeo (figg. 6-6a)12. 

Nato a Palermo nel 1700, dopo qualche anno l'Alfano si trasferì con la famiglia ad Alcamo. Fu eletto parroco nel 1750 e rimase in carica fino al 1775. 

Date le sue origini palermitane potrebbe essere stato lui a favorire la venuta del pittore dalla capitale.

Che la tela che lo ritrae possa essere del Brunetti lo si deduce dal modo di trattare le pieghe dei panneggi rilevati attraverso un sapiente gioco chiaroscurale e che ricorda molto da vicino quello riscontrabile nella pala autografa con la Trasfigurazione della Badia Grande della stessa cittadina - e databile al 1759-1760 - di cui si tratterà a breve.

In ogni caso questa tela appare opera di buona fattura e lascia supporre che il nostro possedesse doti di abile ritrattista.



 Fig. 6 - Carlo Brunetti (attr.), Ritratto del parroco S.T.D Antonio Alfano De Ferro, tela, 1758 ca., Alcamo, chiesa SS. Paolo e Bartolomeo, anti-sagrestia (foto S. Alcamo).



 Fig. 6a - Carlo Brunetti (attr.), Ritratto del parroco S.T.D Antonio Alfano De Ferro (part.) (foto S. Alcamo).


Al 1759-1761 risalgono invece le tele ovali con i quindici Misteri del Rosario realizzati per la Compagnia del Rosario della chiesa eponima sempre in Alcamo13. Inseriti in un monumentale altare settecentesco in marmi e stucchi (il quarto del lato destro) (fig. 7), svolgono il tema sacro rifacendosi a modelli classici conosciuti certamente attraverso stampe di traduzione da celebri maestri (figg. 7a-7e). I quindici ovati sono in pessimo stato di conservazione e in gran parte ridipinti (quando non del tutto rifatti). La grandiosa macchina d’altare originariamente presentava al centro una tela sempre del nostro non più rintracciabile e dal soggetto ignoto. In epoca imprecisata è stato modificato con l’inserimento di un gruppo scultoreo settecentesco di autore napoletano in una struttura apparentemente neoclassica ma forse ottocentesca.


 Fig. 7 - Ignoto, altare della Madonna del Rosario, 1755 ca., Alcamo, chiesa di S. Domenico, da https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_del_Rosario_(Alcamo)#/media/File:Madonna_del_Rosario_con_Bambino._San_Domenico_e_Santa_Rosa.jpg

 
Fig. 7a - Carlo Brunetti, Annunciazione, tela, 1759-1761, Alcamo, chiesa di S. Domenico, altare della Madonna del Rosario, (foto S. Alcamo).


 Fig. 7b - Carlo Brunetti, Visitazione, tela, 1759-1761, Alcamo, chiesa di S. Domenico, altare della Madonna del Rosario, (foto S. Alcamo).




 Fig. 7c - Carlo Brunetti, Flagellazione, tela, 1759-1761, Alcamo, chiesa di S. Domenico, altare della Madonna del Rosario, (foto S. Alcamo).


 Fig. 7d - Carlo Brunetti, Orazione nell’orto, tela, 1759-1761, Alcamo, chiesa di S. Domenico, altare della Madonna del Rosario, (foto S. Alcamo).

L’impresa maggiore dell’artista nella città di Alcamo consiste tuttavia nella decorazione ad affresco della volta e del catino absidale (fig. 8) della chiesa maggiore del già monastero benedettino del SS. Salvatore (Badia Grande) (1759-60), purtroppo in stato di conservazione non ottimale, oltre all’esecuzione della citata tela per l’altare maggiore della stessa con la Trasfigurazione (fig. 9), probabilmente eseguita nel medesimo torno di anni.

Nella volta dell’unica navata il pittore illustrò il Trionfo dell’ordine Benedettino alla presenza dei santi fondatori degli ordini monastici (fig. 8), nel quale in uno sfondato di cielo racchiuso entro una finta cornice mistilinea i personaggi raffigurati sono disposti seguendo un andamento a serpentina: procedendo dall’alto della composizione Dio padre adagiato su soffici nuvole e tra testine di angioletti si rivolge con gesto benedicente verso un personaggio non meglio identificato mentre con la mano destra, nella quale regge uno scettro, indica poco più in basso San Benedetto da Norcia, fondatore dell’ordine, seguito immediatamente da Santa Scolastica, e da altre due sante monache (forse Santa Teresa D’Avila e Rosa da Lima); ancora più giù, dalla parte opposta (a destra per chi guarda), è possibile riconoscere dall’alto San Carlo Borromeo, seguito da San Martino di Tours, San Tommaso D’Aquino, San Francesco Saverio; infine San Gregorio Magno mentre regge un libro in mano e accompagnato da un angelo che reca il pastorale. Chiudono la composizione in basso tre angioletti che reggono un cartiglio con la scritta “In gentem magnam. Gen. 12” (fig. 8a-8b). Il grande affresco centrale è accompagnato alle due estremità da due tondi affrescati a grisaille con un soggetto allegorico e motto e la Navicella di S. Pietro (fig. 8c-8d).



 Fig. 8 - Carlo Brunetti, Trionfo dell’ordine Benedettino alla presenza dei santi fondatori degli ordini monastici, affresco, 1759-1760, Alcamo, chiesa del SS. Salvatore (Badia Grande), volta (foto S. Alcamo).




 Fig. 8a-8b - Carlo Brunetti, Trionfo dell’ordine Benedettino alla presenza dei santi fondatori degli ordini monastici, affresco, 1759-1760, Alcamo, chiesa del SS. Salvatore (Badia Grande), volta (part.) (foto S. Alcamo).




 Fig. 8c-8d - Carlo Brunetti, Tondo con motto; Navicella di S. Pietro, affreschi, 1759-1760, Alcamo, chiesa del SS. Salvatore (Badia Grande), volta (foto S. Alcamo).



Il cupolino del catino absidale invece è caratterizzato da una pittura molto rovinata e lacunosa con motivi sacro-allegorici: il triangolo, emblema della Trinità, attorniato da angeli tra nuvole in uno sfondato di cielo dorato (fig. 8e).


 


Figg. 8e-8f - Carlo Brunetti, Soggetto ignoto; Agnello mistico, affreschi, Alcamo, chiesa del SS. Salvatore (Badia Grande), volta (foto S. Alcamo).




Il “collo” dell’abside è decorato invece dall’allegoria dell’Agnello mistico circondato anch’esso da angeli che reggono un cartiglio e angioletti che svolazzano tra nubi (fig. 8f).

Il tutto richiama da un lato le tipologie del fiammingo Guglielmo Borremans (Anversa, 1672-Palermo 1744), che qualche decennio prima (1735) aveva decorato interamente ad affresco la locale chiesa Madre, e tuttavia è ancora forte il ricordo della grande decorazione classicista romana del Conca e del Maratta. Nonostante ciò le figure mancano della giusta prospettiva e risultano sovrapposte le une alle altre in modo irrealistico, rivelando la poca dimestichezza del Brunetti con l'effetto illusionistico del 'sotto in su'. 

Decisamente meglio riuscita è invece la su richiamata pala d’altare con la Trasfigurazione (fig. 9) che tradisce un ricordo di una tela del celebre Giovanni Lanfranco (Parma, 1582-Roma 1647) eseguita per i Cappuccini di Randazzo nella prima metà del Seicento (fig. 10)14: Gesù, abbigliato di una candida veste, si libra in cielo, mentre ai suoi lati stanno Elia e Mosè; in basso gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo. Belli i forti contrasti chiaroscurali e aggraziate le figure dei personaggi dell'episodio evangelico.




 Fig. 9 - Carlo Brunetti, Trasfigurazione, tela, 1759-1760, Alcamo, chiesa del SS. Salvatore (Badia Grande) (foto S. Alcamo).

Fig. 10 - Giovanni Lanfranco, Trasfigurazione, tela, prima metà del XVI sec., Randazzo, convento dei Cappuccini, da https://www.arte.go.it/laffresco-di-una-sicilia-vivace-e-della-sua-cultura-figurativa-del-xvii-secolo/


La composizione mostra un qualche carattere solimenesco che potrebbe far pensare ad una non documentabile formazione campana e al tempo stesso collegare il Brunetti alla famiglia omonima di pittori molisani di cui Ciriaco (Oratino, 1723-1802) fu certo l’esponente maggiore e il più vicino ai modi del Solimena15. Il che per un verso potrebbe far ipotizzare un’origine molisana anche del nostro.

Il prototipo del Brunetti dovette avere un certo successo: ad esso infatti guardò certamente lo stuccatore palermitano Pietro Dell’Orto quando plasmò la Trasfigurazione della chiesa omonima di Erice (1794) facente anch’essa parte di un complesso monastico benedettino risalente all’inizio del XIV secolo (fig. 11). Forse studiò l’originale alcamese o un suo disegno preparatorio o cartone messo a disposizione dai benedettini alcamesi per i confratelli ericini.


  Fig. 11 - Pietro Dell’Orto, Trasfigurazione, stucco, 1794, Erice, chiesa della Trasfigurazione.


L’ultima testimonianza documentaria su Brunetti ad Alcamo lo vede impegnato nel medesimo edificio sacro a “restaurare” nel 1760 un dipinto attribuito di recente a Rosalia Novelli16.

A concludere le sue opere forse le citate decorazioni menzionate da Benigno da Santa Caterina e da Fortunato Mondello eseguite a Trapani o per l’Oratorio della Ficarella o per quello della Madonna del Belvedere, queste ultime databili al 1763 circa, ossia dopo la morte di Domenico La Bruna.

Confido che questo breve excursus su una delle tante meteore della scuola pittorica siciliana (palermitana o orbitante in centri che ricadono nell'odierna provincia di Trapani) invogli altri ad effettuare ulteriori ricerche al fine di poterne tracciare un profilo biografico basato su solidi documenti d'archivio e contribuisca a restituirci, oltre ad una fisionomia più concreta, altri suoi dipinti finora sconosciuti. 



1 Suggerisco di prestare grande attenzione al fatto che talvolta girando per siti web capita che il nome del nostro Carlo Brunetti venga associato erroneamente ad opere pittoriche del quasi omonimo Carlo Brunelli, artista napoletano anch’esso attivo nel XVIII secolo. Né deve essere accomunato al pittore di origini pavesi ma operante nel mantovano Antonio Brunetti (attivo tra il 1765 e il 1792), che per una svista nel testo di Pasquale Coddè, Memorie biografiche poste in forma di dizionario dei pittori, scultori, architetti e incisori mantovani, Mantova 1837, viene menzionato come 'Carlo Brunetti'. A proposito dell'incisore Filippo Ceva il Coddè infatti scrive che: «Brighenti Luigi fu suo discepolo, di cui la miglior opera è una tavola di S. Luigi Gonzaga, pittura di Carlo Brunetti» (ivi, p. 46); l'opera in questione è invece di Antonio Brunetti. Su questa e sull'artista pavese si veda P. Bertelli, Un ritrovato dipinto dalla chiesa delle Carmelitane scalze di Mantova: appunti su Antonio Brunetti pittore, in «Postumia», 17/2, 2006, pp. 186-209 (con bibliografia).

2 Il documento è stato individuato da Roberto Calia e pubblicato nel suo volume monografico La chiesa dei SS. Paolo e Bartolomeo di Alcamo, Alcamo, Sarograf, 1986, p. 67.

3 Fortunato Mondello, Sulle pitture in Trapani dal secolo XIII al secolo XIX e sui pittori trapanesi: profili storico-artistici, trascrizione e note a cura di M. Giacalone, premessa di V. Abbate, Trapani, Biblioteca Fardelliana, 2008, p. 76.

4 Sull’intervento dell’architetto trapanese in questo contesto si veda A. Mazzamuto, Giovanni Biagio Amico. Architetto e trattatista del Settecento, Flaccovio, Palermo 2003.

5 Padre Benigno da Santa Caterina, Trapani nello stato presente profana, e sacra, ms., 2 voll., 1810-1812, Trapani Sacra, 1812, Volume I, Parte II, Capo V, Delle Chiese e de’ Conventi di Trapani, Paragrafo 5, n. 63, pp. 242-243.

6 Ibidem.

7 G.M di Ferro, Guida per gli stranieri in Trapani, con un saggio storico, Trapani, Presso Mannone e Solina, 1825, p. 227.

8 Brunetti Giovan Battista, ad vocem, in L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani, II, Pittura, a cura di M.A. Spadaro, Palermo1993, p. 54. Su Brunetti Carlo, ad vocem, P. Palazzotto, ibidem. Il Sarullo, che affermava di ignorare le origini di Carlo, si limitava a citarne le opere alcamesi limitatamente agli affreschi della volta della Badia Grande e al quadro con la Trasfigurazione dell’altare maggiore del medesimo edificio.

9 Erroneamente Calia (La chiesa dei SS. Paolo e Bartolomeo di Alcamo, cit., p. 67) scrive “affresco” ma trattasi evidentemente di dipinto su tela.

10 «Gli affreschi laterali, rovinati dall’umidità, furono restaurati nel 1927 dal sacerdote alcamese Francesco Alesi», Ibidem.

11 M. Viveros, Aggiunte al corpus grafico di Vito D’Anna, in Per Citti Siracusano. Studi sulla pittura del Settecento in Sicilia, Magika, Messina 2012, pp. 121-122.

12 Calia, La chiesa dei SS. Paolo e Bartolomeo di Alcamo, cit., p 136. Forse il Brunetti fu autore anche di «quelli degli altri nove parroci predecessori, oggi distrutti», ibidem. Sul ritratto citato e oggetto di restauri recenti non ho al momento notizie sull’intervento conservativo.

13 C. Cataldo, La conchiglia di S. Giacomo, Alcamo, Campo, 2001, p. 107.

14 S. Lanuzza, Su un dipinto “siciliano” del Lanfranco, in Scritti di storia dell'arte in onore di Teresa Pugliatti, a cura di G. Bongiovanni, Roma, De Luca, 2007, p. 87-92.

15 V. Marino, Ciriaco Brunetti di Oratino. Pittore ‘alla moda’ del Settecento molisano, tra gusto rococò e ed evoluzione neoclassica, in «ArcheoMolise», pp. 32-43.

16 «Ritagliata, intorno al 1760, lungo il margine sinistro e la centina e "restaurata" nel registro inferiore dal pittore Carlo Brunetti [...]», E. Gorgone, Rosalia Novelli: precisazioni e nuove proposte, pp.107-110, in Scritti di storia dell'arte in onore di Teresa Pugliatti, 2007, cit., pp. 108, 110, nota 22.

martedì 25 agosto 2015

LO SCONOSCIUTO PITTORE SETTECENTESCO DIEGO NORRITO E I SUOI AFFRESCHI NELLA CHIESA DEL CROCIFISSO DI CALATAFIMI.

Sergio Alcamo.

Del pittore Diego Norrito non conosciamo praticamente nulla. È come una meteora nel panorama artistico siciliano e nel territorio trapanese in particolare. È ricordato, infatti, solo da fonti e pubblicazioni locali[1] per essere stato l’autore del ciclo di affreschi (figg. 1-2-3) che decorano la volta dell’unica grande navata della chiesa del S.S. Crocifisso di Calatafimi, progettata dall’architetto Giovan Biagio Amico e realizzata tra il 1741 e il 1759[2].


Fig. 1 – Diego Norrito, Il trionfo della Santa Croce, affresco, (ultimo restauro/rifacimento di Gianbecchina del 1960), Calatafimi, chiesa del S.S. Crocifisso (foto S. Alcamo).



Fig. 2 – Diego Norrito, La visione di Costantino, affresco, (restauro di Gianbecchina nel 1960), Calatafimi, chiesa del S.S. Crocifisso (foto S. Alcamo).



Fig. 3 – Diego Norrito, La Fede e la Carità, affresco, (restauro di Gianbecchina nel 1960), Calatafimi, chiesa del S.S. Crocifisso (foto S. Alcamo).

Da alcuni documenti si evince che l’intervento decorativo deve essere avvenuto nel 1772.
In quest’anno, infatti, «… Diego Norrito dipinge, nella chiesa del S.S. Crocifisso, sulla volta dell’abside e della nave, quattro affreschi relativi all’Esaltazione della Croce»[3].
Queste opere hanno subito nel tempo almeno due interventi di restauro, operati nel 1934 dal Profeta e nel 1960 da Gianbecchina. Probabilmente a quest’ultimo si deve la ridipintura quasi totale degli affreschi che sono stati privati della loro originalità.
Solamente il riquadro del vestibolo di ingresso (fig. 4) sembra sia stato risparmiato ed è forse l’unica testimonianza visiva credibile di questo artista oramai dimenticato. Nonostante i due citati restauri tali affreschi sono oggi molto deteriorati, e tutto l’edificio mostra segni di rovina. Mi auguro che le autorità competenti intervengano molto presto.


Fig. 4 – Diego Norrito, Allegoria, affresco, Calatafimi, chiesa del S.S. Crocifisso (foto S. Alcamo).

L’iconografia di queste opere, per quello che ancora si può apprezzare nell’unico brano non pregiudicato dall’intervento di restaurato, riflette in modo stanco e ripetitivo le cadenze del barocchetto siciliano. Lo stile del pittore si mostra incline a un colorito tenue, mentre la sua mano è incerta. Eppure nei volti riesce a trovare maggiore misura e compostezza di forme.


Fig. 5 – Diego Norrito, Allegoria, affresco, Calatafimi, chiesa del S.S. Crocifisso, particolare (foto S. Alcamo).




[1] N. Mazzara, Le opere di antichità e di arte di Calatafimi. Toponomastica e canti popolari, Alcamo 1981; C. Cataldo, Guida storico-artistica di Alcamo, Calatafimi, Castellammare del Golfo, Salemi, Vita, Alcamo 1982, p. 106; V. Menna, Calatafimi: testimonianze pittoriche, tesi di laurea, Università degli studi di Palermo, Facoltà di Lettere e Filosofia, A.A. 2000-2001, pp. 83-84; C. Cataldo, Calatafimi Segesta tra memoria e storia, Alcamo 2008, p. 98; Guida alla storia e alle opere d’arte di Calatafimi Segesta con itinerario garibaldino, a cura di L. Vanella, Alcamo 2008, p. 7 (con bibliografia).
[2] Sull’architetto Giovanni Biagio Amico si veda A. Mazzamuto, Giovanni Biagio Amico architetto e trattatista del Settecento, Palermo 2003 (con bibliografia). Sulla chiesa del S.S. Crocifisso di Calatafimi in particolare, Ivi, p. 115.

[3] Cataldo 2008, cit., p. 98. 

domenica 18 maggio 2014

UNA PANORAMICA SU PLACIDO ROMOLO (o ROMOLI) (1690? - post 1740) PITTORE MESSINESE.

di Sergio Alcamo.


Placido Romolo (o Romoli) è uno di quei numerosi pittori siciliani del XVIII secolo sui quali possediamo pochissime informazioni, e non solo perché si tratta probabilmente di una personalità “minore” ma perché in questo caso specifico i due terremoti che hanno colpito Messina – quello del 1783 e quello del 1908 – hanno distrutto gran parte delle testimonianze documentarie dirette e indirette non solo su questo pittore ma su molta parte della cultura figurativa e dei protagonisti di questa martoriata città siciliana[1].
Merita pertanto una qualche attenzione da parte mia che cerco con questo Blog di gettare luce su personalità artistiche poco conosciute.
Per ovvi motivi (abito a Torino!) non potendo effettuare indagini d’archivio mi limiterò in questa sede a compiere solamente una panoramica su quello che conosco di edito su questo pittore e sulle scarse ma interessanti notizie che è possibile trovare in Internet.
Mancando una monografia esaustiva su questo personaggio ho pensato di riportare tutte le testimonianze reperibili, che come spesso accade, sono frammentarie: capita infatti che uno stesso argomento venga trattato da diversi studiosi ma le notizie pubblicate quasi sempre sono ignote tra gli uni e gli altri.
Proverò quindi ad incrociare questi diversi contributi per vedere se è possibile ricreare un profilo biografico abbastanza verosimile di questo artista.  
L’approccio obbligato per chiunque voglia avere un riscontro immediato su un pittore del Settecento siciliano è l’indispensabile volume di Citti Siracusano del 1986[2].
La studiosa, che faceva notare la scarsità di notizie sull’artista, ne menzionava i natali messinesi, riportandone la presunta data di nascita e di morte (1690-1734), il soggiorno romano, la partecipazione nel 1713 al concorso Clementino dell’Accademia di S. Luca con il disegno a matita della Statua di Santa Martina e del suo altare della chiesa eponima di Roma e un intervento pittorico nella chiesa dei S.S. Sebastiano e Valentino, sempre nella capitale, senza fornire però alcun riscontro fotografico. Infine riportava la scarsa bibliografia[3].
Nel dizionario del Sarullo sugli artisti siciliani del 1993[4] sono riportate integralmente le informazioni della Siracusano sul “Romoli “con la precisazione che questi doveva essersi trasferito a Roma già agli inizi del secondo decennio del Settecento. Nel 1713 vinceva, infatti, il secondo premio al concorso Clementino dell’Accademia di S. Luca con il citato disegno a matita della statua di Santa Martina.
Viene anche riportata la testimonianza di Agostino Gallo[5] secondo la quale il “Romoli” nel 1739 avrebbe inciso due opere di Placido Campolo[6] messinese: il disegno con la Madonna della lettera e San Paolo, e il dipinto della cripta del Duomo di Messina con la Madonna della lettera.
La descrizione del Gallo sulla prima di queste incisioni recita: “…una Madonna della lettera fra una turba di angioletti, sotto San Paolo, e Messina, genuflessi”[7]. Potrebbe trattarsi della stampa (fig. 1) che ho trovato in un sito on line [8].


Fig. 1 - Madonna della lettera,  San Paolo, e allegoria di Messina, stampa, XVIII sec.? (da http://www.madonnadellalettera.it/il-culto-a-messina.html)

A causa della qualità non alta della risoluzione dell’immagine non si riesce a vedere se c’è il nome dell’incisore o del’inventore.
Una stampa simile ma forse precedente si ritrova in un altro sito on line[9] (fig. 2).


Fig. 2 - anonimo, Madonna della lettera,  San Paolo, e allegoria di Messina, stampa, XVII sec.? (da http://www.reginamundi.info/icone/lettera.asp)

Uno dei contributi più recenti di mia conoscenza è quello del 2003 della studiosa palermitana Ilaria Guccione[10] che, oltre a pubblicare l’immagine del disegno con Il sepolcro di Santa Martina (fig. 3)[11] nella cui iscrizione il pittore è indicato come “Placido Romolo messinese”, aggiornava alcuni errori relativi ai dati riferiti fino ad allora all’artista.
In particolare distingueva due personalità artistiche distinte, quella del meno noto Placido Romolo, appunto, da quella del poco più conosciuto Placido Campolo, già citato, entrambi messinesi e in qualche modo confusi e sovrapposti dal sunnominato Gallo in relazione all’incisione già citata della Madonna della lettera datata da quest’ultimo al 1739. Poi faceva notare che proprio la datazione di questa incisione contrasta con la data di morte indicata al 1732. Infine riferiva che il Romolo risultava presente alla Congregazione de’ Virtuosi del Pantheon tra il 1722 e il 1724[12].


Fig. 3 -  Placido Romolo, Il sepolcro di Santa Martina, disegno, matita nera e gessetto su carta marrone, Roma, Accademia Nazionale di S. Luca (da Guccione 2003).

Con il contributo della Guccione si conclude la parte edita che a mia conoscenza riguarda il Romolo.
Riassumendo possiamo affermare che questo artista messinese si era dedicato alla pittura (in particolare ad affresco) e all’incisione.
Cercando di approfondire questi aspetti già qualche anno fa avevo fatto qualche ricerca on line, e nel sito Messinaweb.eu avevo trovato questo articolo di Aurora Smeriglio che riporto integralmente di seguito: Placido Romoli da Messina – Un’artista dimenticato e forse mai conosciuto, “Placido Romoli messinese (1690-1750) giunge a Roma da Messina, e svolge la sua attività presso la bottega dell’Architetto Carlo Fontana. Come compagni troverà Filippo Juvarra e Pietro Passalacqua anch’essi messinesi. Nel 1722 è ammesso alla Congregazione de’ Virtuosi del Pantheon, insieme all’architetto-incisore Filippo Vasconi ed accolto, indiscusso, alla corte del Papa Clemente Ottavo. Affresca la volta della Chiesa di San Sebastiano all’Olmo in Roma, ma si è appurato che nonostante quella Chiesa sia stata parzialmente abbattuta, i suoi affreschi siano stati salvati. Con altissima probabilità inseriti in un contenitore museale o all’interno di un antichissimo palazzo di Roma ancora esistente. Queste sono alcune delle tracce che ci riportano alla grandezza di questo artista. Molto altro è al vaglio e allo studio di questo grande personaggio che ci ha regalato un’importante eredità: un altro tassello della storia messinese che non deve assolutamente essere dispersa”[13]. 
Continuando le ricerche su Placido Romolo in Internet ho trovato quest’altra informazione interessante.
In un manoscritto della prima metà del XVIII (ca. 1730-1741), del fiorentino Francesco Maria Niccolò Gabburri (1675-1742) si parla di “Placido, del Casato, Romolo messinese, pittore a olio e più a pastelli; specialmente nei ritratti fa spiccare il suo gran talento alla corte del re Carlo di Napoli in età di anni 50, nel 1740, dove vive provvisionato. Per la sua bravura nei ritratti fu onorato della Croce del Sangue di Cristo dall'ambasciadore di Portogallo in Roma”[14].
Non sappiamo dove il Gabburri, autore delle Vite dei pittori ha attinto queste informazioni e/o se ha conosciuto personalmente l’artista[15]. Se queste brevi note biografiche fossero vere ci confermerebbero innanzitutto il cognome Romolo e non Romoli, la data di nascita al 1690, e che era in vita almeno fino al 1740.
Tuttavia, visto che l’unico elemento biografico sicuro al momento è la partecipazione e la relativa vittoria nel 1713 al Concorso Clementino, stando al Gabburri a quella data il pittore avrebbe avuto solo 13 anni. Il che mi sembra poco probabile. È verosimile allora che il Romolo sia nato prima del 1690.
Per quanto riguarda il cognome viene aggiunto quel “del Casato” che non mi spiego cosa possa significare: un doppio cognome o più comprensibilmente “del casato dei Romoli” (e dunque Romoli doveva essere il cognome che indicava una famiglia di nobili origini?).
Visto che sulla data di morte per ora non abbiamo notizie certe, sulla scorta del Gaburri possiamo supporre che il pittore abbia concluso i suoi giorni a Napoli, seguendo così il destino di altri artisti isolani, come Giuseppe Porcello (1682-1734) suo conterraneo[16].
Possiamo almeno aggiungere un elemento nuovo ossia che il Romolo si dedicava anche ai ritratti e soprattutto era uno specialista nella tecnica del pastello[17]. Ma al momento, che io sappia, nessun’opera di questo genere è stata rintracciata.
Per quanto riguarda l’attribuzione degli affreschi della chiesa di S. Sebastiano in Roma, di cui invece il Gabburri non fa menzione, al momento la testimonianza bibliografica più antica sembra essere questo passo tratto dal volume edito dal Roisecco nel 1750: “...e tutte le Pitture nel soffitto sono di D. Placido Romoli Messinese”[18].
Su cosa raffigurassero tali affreschi la risposta ci viene da un testo di Jeremiah Donovan del 1844 nel quale l’autore descrive proprio queste opere: “The first painting on the cieling, next the great altar, is S. Sebastian attended by S Irene; the second, SS Valentine and Sebastian in glory; and the third, the martyrdom of S. Valentine, all by Placido Romoli by Messina”[19].
Dunque questi dipinti raffiguravano S. Sebastiano curato da S. Irene, Gloria di S. Sebastiano e S. Valentino, Martirio di S. Valentino.
Mentre mi sembra interessante quest’altra descrizione, tratta da una guida di Roma del 1869, che specifica meglio il contesto in cui erano inseriti i citati affreschi: “Vicina resta la Chiesina di S. Sebastiano all'Olmo, così chiamata da un olmo che qui verdeggiava, il quale nel 1682 fu tagliato ad istanza dei vicini abitanti. Questa chiesina fin'ora ha facciata su la piazza Paganica, così denominata dal palazzo già dei duchi Paganica, ed ora Mattei a suo luogo indicato. Presto però verrà demolita per la metà per ingrandire il palazzo Guglielmi, e così la facciata verrà voltata dal lato opposto. Il quadro di s. Sebastiano sull'altar maggiore si colorì dal cav. d' Arpino. Il s. Valentino che rimarrà nell'altare a sinistra è di un suo scolare. Le pitture che si leveranno dal soffitto sono di Placido Romoli. Il palazzo Moroni, ora Guglielmi, contiene molte lapidi ed altre cose antiche”[20].
Quindi fino al 1869 circa le pitture erano ancora al loro posto. Forse furono tolte attorno al 1870/80. Infatti nella seconda edizione del volume di Mariano Armellini del 1891 (la prima edizione forse è del 1887) si dice che “Fu demolita questa chiesa sotto gli occhi nostri, per la fabbrica del palazzo Guglielmi piazza Paganica”[21].
Dubbia rimaneva finora la collocazione originaria della chiesa. Grazie alla pianta di Roma di Giovanni Battista Nolli (1692-1756), la Nuova Topografia di Roma, ultimata nel 1748 con le incisioni dello stesso Nolli e la collaborazione di Giovan Battista Piranesi e del siciliano Giuseppe Vasi da Corleone (1710-1782)[22], possiamo ora facilmente individuare l’edificio, indicato nelle didascalie col titolo di S. Sebastiano de’ Mercanti, posto nella Piazza Paganica, nel rione 11, S. Angelo, e contrassegnato nella pianta dal numero 1009 (figg. 4-5).


Fig. 4 - Giovanni Battista Nolli (1692-1756), Nuova Topografia di Roma, 1748, incisione (part.). (Si vede il rione con la chiesa del Gesù in alto a sinistra).



Fig. 5 - Giovanni Battista Nolli (1692-1756), Nuova Topografia di Roma, 1748, incisione (part.). (la chiesa di S. Sebastiano è al centro esatto dell’immagine, l’edificio isolato all’interno della piccola piazza).


In un sito on line sulle chiese di Roma[23] viene ricostruita la storia di questo edificio sacro. Apprendiamo, per esempio, che è stato ristrutturato nel primo ‘700 dall’architetto Francesco Felice Pozzoli. Ne viene descritta la struttura: non c'era una facciata vera e propria, in quanto la chiesa era inserita in un più grande edificio che occupava un intero blocco. Invece c'era una porta che conduceva in un breve corridoio che immetteva nella chiesa che aveva un orientamento est-ovest. Questa era costituita da un semplice rettangolo di quattro campate separate da pilastri di sostegno della volta del soffitto.
Nel sito, dove viene evidenziata la confusione generata dalla vecchie guide tra i palazzi che l’avrebbero inglobata, si dice che fu demolita nel 1870 e che è difficile oggi individuare esattamente il luogo originario nel contesto urbano odierno a causa delle trasformazioni della città. In ogni caso, grazie alle riprese satellitari di GOOGLE Maps è facile sovrapporre alla pianta del Nolli quella della Roma odierna e possiamo così capire esattamente dove si trovava originariamente ossia inglobata nell’edificio oggi confinante ad est con tra via Paganica,  a sud con vicolo Paganica e a nord la piccola piazza.
Se possiamo ipotizzare la rimozione di questi affreschi attorno agli anni ’70 o ’80 del XIX secolo non conosciamo a quando risale la decorazione pittorica della volta dell’edificio. Spero che la risposta possa giungere da qualche altro testo/guida di Roma al momento a me ignota.
Sarebbe importante riuscire ad avere un riferimento cronologico per queste opere per capire in quale momento dell’attività del pittore vanno ad inserirsi.
In ogni caso la conoscenza dell’iconografia di queste opere potrebbe facilitare in futuro l’individuazione di eventuali disegni o bozzetti che abbiano il medesimo soggetto.
Per quanto riguarda l’attività di incisore del Romolo ho trovato la testimonianza di un suo intervento nella decorazione del Rerum Italicarum scriptores…, un’opera in 28 volumi edita tra il 1723 e il 1751[24]: “per il secondo tomo Placido Romoli disegnò cinque vignette, cioè l'ordinazione di san Pietro a sant' Apollinare (pag. 23), la donazione di Tertullo a san Benedetto (pag. 351), il giuramento di Guido e Berengario per la ripartizione di Francia e Italia alla morte di Carlo il Calvo (pag. 387), la coronazione di Berengario fatta da san Leone (pag. 425), il re Desiderio condotto in catene innanzi a Carlo Magno (pag. 495), e le lettere iniziali G, T, N, V, C. Il Vasconi incise i fregi e le lettere, meno la vignetta del re Desiderio e la lettera C (nella quale è rappresentata la Francia, co' suoi distintivi del tempo del re Carlo Magno, in atto di rompere una lancia, ch'era l'insegna dei re Longobardi), i cui rami furono intagliati dal Sintes.”[25] (figg. 6-7-8-9-10).


Fig. 6 – F. Vasconi, da Placido Romoli, L'ordinazione di san Pietro a sant' Apollinare, incisione.


Fig.7  – F. Vasconi, da Placido Romoli, La donazione di Tertullo a san Benedetto, incisione.


Fig. 8 – F. Vasconi, da Placido Romoli, Il giuramento di Guido e Berengario per la ripartizione di Francia e Italia alla morte di Carlo il Calvo, incisione.


Fig. 9  – F. Vasconi, da Placido Romoli, La coronazione di Berengario fatta da san Leone, incisione.


Fig. 10 – G. B. Sintes, da Placido Romoli, Il re Desiderio condotto in catene innanzi a Carlo Magno, incisione.

A questo proposito si confronti quello che è scritto negli Atti del Convegno internazionale di Studi Muratoriani, edito nel 1975: “Placido Romoli (Messina attivo 1690-1734) pittore. Sono suoi: testata con “S. Ambrogio che celebra la messa” incisore G. B. Sintes [G. B. Sintes sculpsit Romae] (T. I, P. II, p. 203). Testata “S. Pietro e il B. Agnello” incisa da F. Vasconi in Agnelli, Liber Pontificalis (T. II, p. 23). Testata “Regina seduta, dignitari, monaco cassinese, a d. grande corte d’onore” di sapore piranesiano, incisa da F. Vasconi in Anastasius senior, Epitome Chronicorum cassinensium (ibidem, p. 351). Testata: 'Patto di Berengario' incisa da F. Vasconi in Carmen panegyricum de laudibus Berengarii (ibidem p. 387). Testata “Sovrano che si genuflette al papa nell’interno di chiesa dove è visibile la tomba di S. Pietro” incisa da F. Vasconi”[26].



Fig. 11 - G. B. Sintes, da Placido Romoli, S. Ambrogio che celebra la messa, incisione.  

Dunque il Romolo svolse un’intensa attività di disegnatore per questa impresa editoriale di largo respiro verso gli anni ’20 del Settecento.
Le vignette di cui ho riportato le immagini tradiscono l’adesione a modelli accademici del classicismo marattesco e conchiano. E' importante sottolineare che in tutte queste incisioni si firma sempre "Placido Romoli".
Forse qualche altra notizia ancora sull’artista messinese potrebbe venire dall’epistolario di Innocenzo Ansaldi (1734-1816), pittore, storico dell’arte e poeta del XVIII secolo, pubblicato nel 2008[27].
Ricapitolando, Placido Romolo nasce probabilmente prima del 1690 a Messina, si trasferisce a Roma forse all’inizio del secondo decennio del Settecento e nel 1712 vince il Concorso Clementino. Svolge la sua attività presso la bottega dell’Architetto Carlo Fontana. Come compagni troverà Filippo Juvarra e Pietro Passalacqua anch’essi messinesi. Nel 1722 è ammesso alla Congregazione de’ Virtuosi del Pantheon, insieme all’architetto-incisore Filippo Vasconi ed accolto, indiscusso, alla corte del Papa Clemente VIII. Verso il 1723 realizza una serie di disegni destinati ad essere tradotti in incisione per l’edizione del  Rerum Italicarum scriptores. Contemporaneamente o successivamente affresca la volta della chiesa di  S. Sebastiano, con storie dei SS. Sebastiano e Valentino. Infine si trasferisce a Napoli, “provvisionato” alla corte di re Carlo di Borbone (re di Napoli tra il 1734 e il 1759), specializzandosi nei ritratti e in opere con la tecnica dei pastelli. È vivente almeno fino al 1740.
Per ora è tutto. Spero che questa panoramica possa servire in futuro come base di partenza per una monografia sul misconosciuto Placido Romolo (o Romoli) artista messinese del Settecento e serva da stimolo agli studiosi per più serie ricerche documentarie e d'archivio.






[1] Per una panoramica sull’arte e sugli artisti messinesi prima del terremoto del 1908 si vedano i recenti contributi di E. Natoli, La forma “assente”: decorazione messinese del primo Settecento, pp. 81-86, in Per Citti Siracusano. Studi sulla pittura del Settecento in Sicilia, a cura di G. Barbera, Messina 2012; ibidem, F. Campagna Cicala, Considerazioni sulla decorazione pittorica a Messina nel Settecento, pp. 87-95.
[2] C. Siracusano, La pittura del settecento in Sicilia, Roma 1986, p. 213.
[3] F. Titi, Descrizione delle Pitture, Sculture ed Architetture esposte in pubblico in Roma, Roma 1763, p. 92; A. Gallo, Notizie di pittori e mosaicisti siciliani o esteri che operano in Sicilia, ms. 15H18-19, XIX sec., Palermo, Biblioteca Nazionale, f. 679; P. Zani, Enciclopedia metodica critica ragionata delle belle arti, Parma 1823, vol. I, p. 16; M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IX al XIX, 2 voll., Roma 1887; U. Thieme, F. Becker, 1934, vol. XXVIII, ad vocem;  E. Benezit, Dictionnaire critique et documentaire des peintres, sculpteurs, dessinateurs et graveurs, III ed., Parigi 1976, vol IX, p. 70, ad vocem.
[4] L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani. II. Pittura, a cura di A.M. Spadaro, Palermo 1993, p. 463, ad vocem.
[5] Gallo, Notizie di pittori…, ms., cit.. Cfr., Agostino Gallo. Notizie degli incisori siciliani, a cura di D. Malignaggi, Palermo 1994, p. 71.
[6]Su Placido Campolo si veda Michele Cordaro in http://www.treccani.it/enciclopedia/placido-campolo_(Dizionario-Biografico)/. (Curiosamente viene riportato che l’incisione tratta dal suo quadro sia stata realizzata dal “Rombi”);. Siracusano1986, cit., p. 239-240; Agostino Gallo…  1994, cit., p. 71; I. Guccione, I pittori siciliani del Settecento. L’apprendistato romano, le Accademie e lo studio del disegno. L’acquisizione di nuovi modelli, pp. 33-104 in Agatino Sozzi e lo studio del disegno, a cura di D. Malignaggi, Università degli Studi di Palermo, Dipartimento Studi Storici  e Artistici, Storia del Disegno, dell’Incisione e della Grafica, Palermo 2003, pp. 70-77, con bibliografia.
[7]  Agostino Gallo… 1994, cit., p. 71.
[8] Dal sito http://www.madonnadellalettera.it/il-culto-a-messina.html
[9] Dal sito http://www.reginamundi.info/icone/lettera.asp
[10] Guccione 2003, cit., pp. 70-76.
[11] Ibidem, p. 74, fig. 11. Cfr. M. Tonor, scheda 58, in I premiati dell’Accademia 1682-1754, catalogo della mostra a cura di A. Cipriani, Roma 1989, pp. 134-135.
[12] G. Bonaccorso, T. Manfredi, I Virtuosi al Pantheon. 1700-1758, Roma 1998, p. 144.
[13] Aurora Smeriglio in http://win.messinaweb.eu/page.php?id=4
[14] Francesco Maria Niccolò Gabburri (1675-1742), Vite di pittori, ms. della prima metà del XVIII (ca. 1730-1741), in Firenze, Bibl. nazionale, Palatini E.B.9.5, voll. 4, p. 2165, IV, C208r, ad vocem Placido del Casato.
[15] Si veda in proposito la voce del Dizionario biografico degli italiani Treccani, Volume 51 (1998), a cura di G. Perini, [anche on line  http://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-maria-niccolo-gabburri_(Dizionario_Biografico)/].
[16] Su Giuseppe Porcello vedi Natoli 2012, cit., p. 86, nota 3.
[17] L’attività di pastellista viene confermata da Neil Jeffares, Dictionary of pastellists before 1800. Online edition, 1 giugno 2010. “Romoli, Placido. Messina 1690 – p. 1750, painter in Rome. According to Gabburri, he worked in oil and especially pastel, specialising in portraits; he demonstrated his great talent at the court of Carlo di Napolo in the 1740s. His “bravura nei ritratti” won him the Croce del sangue di Cristo from the Portuguese ambassador in Rome”.
[18] Roma antica e moderna: o sia Nuova descrizione di tutti gli edifici antichi e moderni, tanto sagri quanto profani della città di Roma...., presso Gregorio Roisecco, Roma 1750, vol. I, p. 307.
[19] J. Donovan, Rome ancient and modern, and its environs, Roma 1844, vol. 2, p. 300.
[20] A. Pellegrini, Itinerario o guida monumentale di Roma antica e moderna, Roma 1869, p. 478.
[21] M. Armellini, Le chiese di Roma dal IV al XIX secolo, Tipografia Vaticana 1891, http://penelope.uchicago.edu/Thayer/I/Gazetteer/Places/Europe/Italy/Lazio/Roma/Rome/churches/_Texts/Armellini/ARMCHI*/2/S.Angelo.html
[22] Su Giuseppe vasi vedi Agostino Gallo…1994, cit., pp. 90-98.

[23] http://romanchurches.wikia.com/wiki/Santi_Sebastiano_e_Valentino

[24] Rerum Italicarum scriptores ab anno aerae christianae quingentesimo ad millesimumquingentesimum, quorum potissima pars nunc primum in lucem prodit ex Ambrosianae, Estensis, aliarumque insignium bibliothecarum codicibus. Ludovicus Antonius Muratorius,... collegit, ordinavit, & praefationibus auxit, nonnullos ipse, alios vero Mediolanenses Palatini socii ad MStorum codicum fidem exactos, summoque labore, ac diligentia castigatos, variis lectionibus, & notis tam editis veterum eruditorum, quàm novissimis auxere. Additis ad plenius operis, & universae Italicae historiae ornamentum, novis tabulis geographicis , & variis Langobardorum regum, imperatorum, aliorumque principum diplomatibus, quae ab ipsis autographis describere licuit, vel nunc primùm vulgatis, vel emendatis, necnon antiquo characterum specimine, & figuris aeneis. Cum indice locupletissimo, Mediolani, ex Typographia Societatis Palatinae in Regia Curia, 1723-1751, voll. 28.
[25] Bullettino dell'Istituto storico italiano per il Medio Evo e archivio muratoriano, Edizioni 57-58, 1941, p. 180 .
[26] L. A. Muratori storiografo. Atti del Convegno internazionale di Studi Muratoriani. Olschki 1975, pp. 144-145;148.
[27] Settecento di carta: l'epistolario di Innocenzo Ansaldi, di E. Pellegrini, I.  Ansaldi, ETS, 2008, pp. 338 e 644. Sull’Ansaldi si veda  http://www.treccani.it/enciclopedia/innocenzo-andrea-ansaldi_(Dizionario_Biografico)/.